11 settembre 2001 fuga da New York

Di Maniscalco Riro
13 Settembre 2001
Racconto di un pesarese che vive nella Grande Mela con la moglie e i figli che, quando vengon giù le torri, son lì, in mezzo al caos. E i telefoni bloccati. E le immagini della Tv. E la gente in strada. Dov’è Stella? E Fedi? Nel giorno del compleanno di Jacki una famiglia cerca di ritrovarsi, ancora unita, sotto lo stesso tetto dopo una giornata vista solo nei film di fantascienza di Riro Maniscalco

Stavo andando dal barbiere. Avevo già prenotato un taxi che mi venisse a prendere per le dieci. Oggi non vado a Manhattan, devo partire per Houston. Il volo è a mezzogiorno, faccio comodamente in tempo. Cammino per tre isolati, tutto quel che mi separa dal mio barbiere. È una splendida giornata di sole, leggermente ventilata. Il cielo è di un blu profondo come accade dopo un acquazzone come quello di ieri sera. New York sembra più bella che mai. Il barbiere ancora non c’è e mi metto a sbirciare nel bar lì all’angolo. La Tv è accesa su Ny1, la stazione che manda notizie sulla città ventiquattro ore su ventiquattro. Vedo qualcosa di strano: da una delle Twin Towers si alza un pennacchio di fumo.

Un aereo turistico? La torre? E le mie figlie?

Chiedo che cosa è successo. Fanno in tempo a dirmi: «un aereo ha centrato una torre…». Giusto il tempo di pensare «un aereo turistico?» che, allibito, vedo un altro aereo centrare l’altra torre, quella con l’antenna. Sono con la testa dentro il bar e i piedi fuori. Mi giro d’istinto verso Downtown Manhattan. Io sono a Bay Ridge, saranno tre chilometri in linea d’aria. Vedo una colonna di fumo nero che sale su. C’è subito confusione, nel bar e in Tv. Corro a casa e accendo la televisione. Mia moglie mi dice che Stella e Fedi, le nostre figlie, che vanno alla New York University, non lontano dal World Trade Center, hanno appena telefonato. Adesso, mentre scrivo, sono le sette di sera e abbiamo capito tutti fin troppo bene quel che è successo. E Stella e Fedi sono appena riuscite a giungere a casa dopo un lungo percorso da Manhattan attraverso Queens. Alle nove meno dieci stamattina erano nella subway a Church Street, praticamente sotto le torri, quando è avvenuta la prima esplosione.

«For God’s sake, run»

Il treno si ferma all’improvviso, arriva gente dalla strada. Tutti si precipitano underground, in lacrime, urlando «for God’s sake, run», «per amor di Dio, fuggite». Miguel invece sta attraversando in auto il Brooklin Bridge. Sta andando in clinica a Downtown Manhattan, non vede l’aereo ma alza lo sguardo per l’esplosione. Una torre è in fiamme. Il tempo di attraversare il ponte, guardando più in alto che la strada, ed ecco in fiamme anche la seconda torre. A quell’ora io e mia moglie siamo davanti alla televisione. Arrivano le prime telefonate di altri amici di New York, arrivano le prime telefonate dall’Italia. Le linee del telefono vanno subito in tilt. Le conosciamo bene le Twin Towers. Non ci viene in mente nessun amico o conoscente che lavori lì, ma la scene in Tv ti serrano la gola. E le nostre figlie? Per fortuna riescono a telefonare. Hanno capito vagamente quel che è successo, e in qualche modo sono riuscite ad arrivare fino in un Università dove le lezioni cominciano regolarmente.

Non è Indipendence day

Cade le prima torre. Sembra impossibile. Sembra veramente Indipendence day o la scena del più catastrofico film mai visto. Ma quando cade la seconda torre rimaniamo veramente senza fiato. Un attimo prima avevamo visto un’infinità di pompieri, poliziotti, infermieri e dottori affannarsi nel tentativo di portare soccorso ai tanti intrappolati e poi, in un amen, ecco che la seconda torre cade giù come un castello di carte. Arrivano a casa amici e vicini. Siamo tanti qui a Bay Ridge che ogni mattina andiamo a Manhattan per lavorare o per andare in università. Dov’è Dan? Hai sentito Monik? E Johnatan che fine ha fatto? E John? I cellulari vanno in tilt, i ripetitori principali erano sulle torri e anche le linee normali sono intasate. Viene male allo stomaco. Viene un dolore fisico anche a chi non è stato fisicamente colpito. Il cielo si oscura. Una striscia nera taglia ormai tutto l’orizzonte del blu e il suono delle sirene copre tutto il resto. I ragazzi cominciano a chiamare «dove andiamo? Cosa possiamo fare?». Siamo qui bloccati.

Quando si comincia capire

In qualche modo riusciamo a suggerire a tutti un posto (sicuro?) dove rifugiarsi, possibilmente lontano da tutto quello che potrebbe venire alla mente di colpire. Lontano dalle Nazioni Unite, lontano dalla Grand Central Station, lontano dal Chrysler, lontano dall’Empire State Building, lontano dal Rockefeller Center. Il senso di smarrimento è totale e nel tempo aumenta quando molti più dettagli emergono, quando si cominciano a vedere le immagini del Pentagono, quando si capisce che i proiettili altro non erano che aerei civili, quando si capisce che ciò che si considerava inattaccabile si rivela improvvisamente indifendibile. Passano le ore e, in qualche modo, tutti i nostri amici si ritrovano. Un gruppo è a casa dei Bardazzi, a Midtown, un altro alla Thma, la jingle house di David Horowitz, dove lavora Johnatan. Manca Fedi. Dalla telefonata delle nove di mattina non l’abbiamo né più vista né sentita. Dovrebbe essere al sicuro, ma da quando l’abbiamo sentita sono crollate le torri, la gente ha invaso le strade cercando una via di fuga, polvere e detriti sono arrivati fino a Brooklin. C’è paura, una paura acutissima.

Il compleanno di Jacki

Noi siamo in casa, guardiamo la Tv, si prega, c’è chi piange. Il telefono continua a squillare. Torna anche Jacki, il figlio più giovane, che era a scuola qui a Brooklin, lontano dalle esplosioni. Se lo ricorderà bene anche lui questo giorno, il suo quindicesimo compleanno. Finalmente chiama anche Fedi. È uscita dalla Nyu (New York University), dove fino alle dodici le lezioni erano proseguite regolarmente, senza che nessuno dicesse nulla. Lei sapeva solo del primo aereo. Esce e trova un mondo da “ai confini della realtà”, polvere e detriti ovunque, ambulanze che corrono in lungo e in largo, gente che strepita, si accalca qui e là, fino a chi arriva a mettersi le mani addosso, niente telefoni. In qualche modo Fedi arriva anche lei alla Thma, per istinto, quasi in trance e lì trova gli amici e può telefonarci. Di lì in poi, noi, che nostro signore ha voluto solo spettatori di questa tragedia, resta solo l’attesa del ritorno a casa, quando la polizia comincia a dare il via libera da Manhattan verso gli altri quartieri. È un esodo. Centinaia di migliaia di persone che si avviano a piedi verso casa, incredule, col fardello opprimente del pensiero di quel che è successo e di quel che, essendo successo, potrà ancora succedere. Sono le sette e mezza di sera. Il fumo sale ancora. Tanti edifici sono in fiamme ed altri son crollati. E domani?

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