1st strike? Modesto consiglio a Mr. Bush

Di The Silver Team
17 Ottobre 2002
C’è qualcosa di strano, in questa volontà continua e insistente degli Stati uniti di concentrare gli strali contro l’Irak e il raìs di Bagdad

C’è qualcosa di strano, in questa volontà continua e insistente degli Stati uniti di concentrare gli strali contro l’Irak e il raìs di Bagdad. Lo spaventoso attentato di Bali, gli attacchi alle petroliere occidentali delle scorse settimane, l’instabilità e il nervosismo che è tornato a serpeggiare in Afghanistan sono segnali che devono far riflettere Bush e i suoi collaboratori. Da tempo sono ossessivamente impegnati a dipingere Saddam Hussein come il gran cattivo e il genio del male, per non essere improduttivi. Saddam è un cattivo, questo è certo, ma oggi appare lontano dalle centrali dove veramente si stanno programmando i sommovimenti del terrore. Alcune considerazioni per diradare le nebbie di una questione complessa e provare a introdurre una posizione ragionevole. L’Irak è l’unico paese arabo laico. La lotta continua nel mondo mussulmano per il predominio religioso che è immediatamente predominio politico, non raggiunge le forme parossistiche di altri paesi arabi. Le chiese cattoliche recano in cima il crocifisso. Le comunità cristiane possono partecipare ai gesti liturgici. Ci sono oratori e negli oratori ci sono statue della madonna di Lourdes, perfino un po’ più alte che quelle cui siamo abituati qui in Occidente. Certo i confini sono ben tracciati: la religione cristiana è non più che tollerata. Ma visibile. E non è certo poco riguardo agli altri paesi arabi dove, se ti ritiri a pregare in casa tua, sei passibile di arresto. Come ha sempre ricordato il magistero della Chiesa, ripreso con gran vigoria da Giovanni Paolo II, la libertà religiosa è fondamento di ogni altra libertà. Per contro è ormai accertato che i fondi per finanziare la crudelissima repressione dei cristiani (per esempio in Sudan) sono sauditi. Il Sudan è anche il paese che ha offerto rifugio per lunghi anni a un Bin Laden sotto la protezione della famiglia reale saudita. Tutti i riscontri raccolti dagli inquirenti documentano che i conti correnti famigliari ai vari centri islamici, con tratti di contiguità al terrorismo (da quelli di Milano di viale Jenner a quelli disseminati in Francia e Spagna), risalivano alla famiglia reale saudita. Questa è una tipica famiglia che si potrebbe definire “di lotta e di governo”. Fra tutti, i membri sono sei-settecento, e si dividono equamente i tratti e le finalità delle loro operazioni. Così mentre una parte opera brillantemente nel consesso finanziario dell’Occidente, quell’altra si dedica contemporaneamente a finanziare attività terroristiche e formazioni combattenti varie come l’Uck in Albania. Siamo così sicuri che il pericolo mondiale del terrorismo islamico stia lì annidato nella sola Irak, tanto da meritarsi le attenzioni quasi ossessive di Bush? Bombardare per bombardare, e non è certo il caso nostro, non sarebbe più logico puntare la Mecca prima ancora che Bagdad? L’Irak è un paese ridotto alla povertà. Presumibilmente non ha i mezzi per alimentare il terrorismo. Già nel ‘91 il mondo ebbe modo di documentarsi sulla potenza distruttiva di Bagdad, quando il suo intero esercito fu annientato nello spazio di sei ore. L’Irak è un paese di poveri e di straccioni. È probabile che la ventina di milioni che ad ogni morto Saddam elargisce alle famiglie dei martiri palestinesi, gli sia passata sottobanco da protagonisti facoltosi, proprio per permettergli di recitare un ruolo che non è in grado di mantenere. In un momento che richiede intelligenza e lungimiranza politica, la sensazione è che i vertici statunitensi rischino quantomeno lo strabismo o la miopia politica.

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