25 anni (portati male) dalla 194
Una “conquista” che nessuno vuole ricordare: strano, no?
Tanto tempo fa si sapeva poco su chi è un feto. Era il 1978. Sono passati 25 anni dal maggio di quell’anno, mese in cui fu varata la legge 194 che depenalizza in Italia l’interruzione di gravidanza.
Non so se spetta a noi che siamo i posteri “l’ardua sentenza”; ma proviamo a guardare dal punto di vista delle attuali conoscenze.
1. A quell’epoca le conoscenze sulla vita del feto e dell’embrione erano agli albori. Oggi sappiamo che il feto sente sapori e odori del liquido amniotico. Sente i suoni e si abitua alla voce della mamma. La neurologia ci fornisce gli argomenti per affermare che il feto sogna… Ma il feto in utero sente anche il dolore. Proprio in questi giorni si svolge a Siena un congresso in cui neurologi e neonatologi di tutto il mondo discutono su come curare il dolore del feto e del neonato.
2. Ancora esiste chi non vuol riconoscere lo status di persona al feto, ma sono voci isolate che giungono in certi casi al paradosso di non voler riconoscere questo status neanche ai disabili e ai bambini fino all’anno di vita.
3. Le capacità di rianimazione del bambino nato prematuramente erano molto primordiali: oggi si possono rianimare feti nati a 24 settimane.
4. Si parlava molto della salute psichica della donna, come motivo di interruzione di gravidanza. Oggi conosciamo i danni psicologici dell’aborto sulle donne stesse.
5. Non si intravvedeva quello che sarebbe seguito poi: quello che il ministro della Sanità francese Mattei chiama «L’accanimento procreativo». I rischi di danni da amniocentesi sono ancora poco noti al pubblico. E se per un verso c’è una sottile paura della responsabilità di mettere al mondo un figlio, dall’altro c’è una corsa affannata alle tecniche di procreazione assistita: nel 2002 la stampa medica è stata presa d’assedio da reportages sui rischi della fecondazione in vitro per la salute del concepito.
5. Il “domani” del figlio sembra diventato in molti casi secondario. «Alcune donne vogliono un test prenatale precoce indipendentemente dall’aumento del rischio legato alla procedura», hanno scritto degli studiosi sul Lancet, una delle più autorevoli riviste scientifiche. E, paradossalmente, il bene primario da salvaguardare non sembra più neanche il “domani” dei genitori: questi atteggiamenti comportano il rischio di conseguenze tali da compromettere un normale sviluppo della vita sociale della coppia.
Si intuisce allora perché 25 anni dopo, chi volle quella legge non commemora, né festeggia. Eppure, come negare di fronte allo stupore per un figlio (malato) accettato, amato per quello che è, che il valore dell’uomo non dipende dall’età, dalla malattia, dal peso? La forza di tanti genitori ha permesso al neonatologo di diventare sempre più il medico dei feti: questi piccolissimi di 500 grammi, che stanno nel palmo di una mano e che mostrano una tenacia, una fragile implacabile voglia di vivere. Come non arrendersi di fronte alla presenza di “qualcuno che soffre”, per quanto nascosto e minuto, di fronte all’evidenza della sua presenza?
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