9 aprile 2006. Una scelta di campo

Di Luigi Amicone
09 Marzo 2006
IL CAV. DICE: «C'è UN SOLO OCCIDENTE». NON PERDIAMOLO CON L'UNIONE

L’astrazione folle che va scardinando alla radice la razionalità del tessuto civile europeo è stata ben sintetizzata da un osservatore extraUe, il filosofo russo Vladimir Legojda: «Oggi è molto più difficile difendere il diritto al matrimonio monogamico che quello al matrimonio omosessuale. Siamo appunto nel regno della pazzia» (La Nuova Europa, gennaio 2006). Ma non è solo questo aspetto che rende importanti le prossime consultazioni politiche italiane.

La brigata comunista e pannelliana
Come già accadde con il Fronte Popolare togliattiano nel 1948 e poi nel 1994, quando l’Italia subì la rivoluzione giudiziaria che la espose alla minaccia di un’involuzione liberticida, anche nelle elezioni del prossimo 9 aprile è in gioco innanzitutto la libertà di un popolo. Tanto per cominciare. Vi sembra questione esclusivamente di politica estera l’europeismo multipolarista e il suo algido approccio all’alleato americano che, al di là delle dichiarazioni di fedeltà atlantica, è di fatto messo in discussione da una coalizione tutta sbilanciata su Rifondazione, Correntone Ds e relativi corollari No Global, Verdi e Pdci fortemente antiamericani (e antisraeliani)? Se questa coalizione ibrida e sbilanciata a sinistra diventasse governo dell’Italia, siamo sicuri che la nostra democrazia resterebbe solidamente ancorata all’appartenenza atlantica?
Punto secondo. Vi sembra un fattore marginale il successo che stanno riscuotendo in seno all’Unione le componenti radical-socialiste (le uniche che, insieme a Bertinotti, hanno un programma chiaro) che spingono verso il cosiddetto “socialismo dei cittadini”, formula zapateriana che traduce e rende attuale il pericolo di deriva della democrazia in quella “dittatura della maggioranza” avvertito da Tocqueville? Siamo sicuri che questa prospettiva di “rivoluzione di diritti crescenti” non rappresenti la versione edulcorata, occidentale, opulenta, almodovariana, gaia, translucida, delle “democrazie popolari” in auge al tempo della Guerra Fredda?
Il socialismo zapaterian-pannelliano presuppone l’assoluta indifferenza ai dati di realtà e un’idea di ragione assolutamente scissa dall’esperienza. Una menzogna, insomma. Che per tramite gli strumenti del potere – quelli sovietici di ieri, meramente coercitivi, quelli social-nichilisti dell’Europa di oggi, meramente di mercato (o di supermercato) – tendono a trasferire anche nella società italiana un’ideologia fortemente dirigista e statalista sul piano economico, decisamente relativista e ultraliberista in materia di diritti umani.

Meno società, più Stato
Cos’è, infatti, il vero collante di quell’ircocervo chiamato Unione? Cos’è che tiene insieme Bertinotti e Pannella, Diliberto e Rutelli? Niente. Se non fosse che Romano Prodi si è reso garante di un’operazione di potere che, appunto, essendo fondata sulla pura conquista del potere, promette di coniugare un mite zapaterismo sul piano dei diritti sociali e una politica economica che assegnerebbe allo Stato il compito di riorganizzare la società in base ad un astratto principio di redistribuzione della ricchezza piuttosto che valorizzare le persone, le imprese e i gruppi sociali intermedi (si chiama sussidiarietà) che creano ricchezza.
Per questo le elezioni del 9 aprile rappresentano una scelta di campo.

Non staremo “in pace”
Non solo tra Prodi e Berlusconi, ma tra un Occidente saldamente legato a quel faro di libertà e di civiltà fondate su una visione religiosa (e quindi realistica) del mondo che sono gli Stati Uniti d’America e un altro Occidente, praticamente nichilista e mercantilista, che si immagina come puro e semplice contenitore di merci, laboratori biofaustiani e imprese multiculturali decise dall’alto di istituzioni impersonali. Le elezioni del 9 aprile rappresentano una scelta di campo tra un Occidente che si assume la responsabilità di difendere libertà, democrazia e sicurezza del mondo comune e un Occidente che non si sente investito di alcun obbligo se non quello di godersi il mondo comune all’insegna di diritti infiniti che non prevedono nessuna responsabilità.
Una scelta di campo tra un Occidente che crede nella democrazia e si batte per la libertà come già fece opponendosi al totalitarismo nazicomunista dello scorso secolo e un Occidente logorato da utopie ed estenuanti ricerche di appeasement con la barbarie totalitaria. Tra un Occidente che combatte per la sopravvivenza di una civiltà e un Occidente che desidera soltanto “essere lasciato in pace”. In pace, proprio nel momento in cui il fondamentalismo fanatico lo ricatta, lo intimidisce, gli restringe le libertà di movimento e di parola, promettendogli (come nel caso delle vignette danesi) guerra senza quartiere.

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