9 aprile 2012. Un quasi romanzo d’appendice di fatti già avvenuti nel futuro prossimo venturo

Di Tempi
23 Marzo 2006
Riassunto dell'episodio precedente. Anno 2012, 9 aprile. A Tucker's Town, nelle Bermuda, un Abate appunta sul suo diario la propria giornata in compagnia del Cavaliere. I due hanno visto il Tg unico Raiset che ha annunciato il consueto rimpasto annuale di governo.

Caro diario azzurro, il Cavaliere iniziava a somatizzare («è nel mio carattere purtroppo» mi informò. «Sono un tipo che sodomizza tutto»). I lanci del telegiornale ne avevano intaccato il solare umore. “San Marziale – sbottai fra me e me – niente al mondo mi fa più male”. Estratto dal taschino della giacca il fazzoletto se lo passò sulla fronte madida. «Gradisce una mecca cola?» gli chiesi preoccupato. Fece un cenno di diniego. «Magari poi mi farò una birra doppio smalto o un’acqua daltonica – mi rispose. Ora, riposiamoci un attimo e diamoci una rifucilata. La prego, egregio, mi comunichi le chiamate odierne». Capii che il Cavaliere abbisognava di buone nuove. Corsi in studio a prendere le e-mail. Lessi le prime due: «Ho le conclusioni sull’aff. Mitrok. Chiamami. P. Guzz.». «Ho le conclusioni sull’aff. Telek. Serb. E. Trant.». «Sempre tempestivi e solerti, questi delle ex commissioni» commentò con una certa dose d’ironia il Cavaliere. «D’altronde – e si lanciò, come sua dotta consuetudine, in una citazione di ginnasiale memoria – questi due sono stati sempre molto affiatati, come Castore con Pollicino». Proseguii nella lettura: «Sei sempre nelle mie preghiere. A. Socc.». «Prosit» disse il Cavaliere. «Questo dottor Socci mi dà forse già bello che trapassato? Ma io sono ancoro vivo e vegetariano, glielo ricordi al dottore. Gli risponda per iscritto: “Hodie mihi, cras tibi”, oggi a me, domani un crampo a te. Vedrà che il dottore che ha un buon bagagliaio culturale non avrà niuna difficoltà a tradurre». Lessi il seguente: «Intervistina? A. Minzo.». E poi «Cantatina? M. Apic.». All’udire quest’ultima proposta si lanciò subitamente sulle note della canzone “Ammore senza ammore” e – in particolare – sulla strofa «Te guardo dint’all’uocchie tu guarde chillu llà. T’astregno forte ‘mpietto tu pienz’e me lassà».
Caro diario azzurro, a volte basta così poco perché il Cavaliere torni ad essere se stesso. Anzi, poi esagera. Era così euforico dopo la breve esibizione canora che mi supplicò: «La prego, rileggiamo le cronache di quell’infausto giorno. Lei che è il mio fidato fax-totum, se le procuri senza ulteriori segugi». Trasecolai, la pelata mi si fece rubiconda illuminando anche la punta del nasino. “Santa Prassede è roba forte questa da levar la fede”, pensai. Il Cavaliere comprese la mia titubanza: «La consento, la consento. Ormai ho deciso. Mangiamo questa cicuta». “Santa Costanza – rimuginai di nuovo fra me medesmo meco – vuol proprio che mi rechi nella stanza”.
Uscii e percorsi gli splendidi giardini ricchi dei cimeli del passato. Accanto all’albero dei cachi una teca conservava la lettera con la quale Fedele Confalonieri lo aveva licenziato quando, ai tempi belli dei concerti nelle balere, indugiava in colloqui amorosi anziché scaldare l’ugola; sotto l’abete rosso una gabbietta difendeva dalle intemperie il certificato d’immortalità redatto dal dottor Scapagnini; a fianco del nocciolo, il ricordo più caro: due fanciulli suggevano il latte da una lupa (ogniqualvolta la rimirava il Cavaliere sempre si compiaceva: «Davvero di pregievole fattura codesta opera dei fratelli Romolo e Remolo»). In un angolo, dimenticato e solo, un mozzicone di tronco d’ulivo, divelto in un giorno di rabbia. Al centro del parco sorgeva la biblioteca. Da uno degli scaffali della libreria trassi un corposo faldone contenente ritagli di giornale. “Santa Corona – riflettei mentre lo infilavo sotto l’ascella – che Dio ce la mandi buona”. Erano le cronache di quel 10 aprile, e di tutta l’iraddiddio («Il Dies Irae», nella traduzione latina del Cavaliere) che ne era orribilmente conseguita.
Tornato al suo fianco, mi spronò: «Legga, legga, caro dottor Abate, alea iacta est come parlò Balaustra». Presi in mano l’Unità. Sotto il grande titolo d’apertura “Scacciato il tiranno!” campeggiava a tutta pagina una fotografia del Cavaliere che si rifugiava dentro la porticina del suo elicottero personale, mentre questo prendeva il volo dal soffitto della sua villa di Arcore. Tutt’intorno al perimetro dell’abitazione, una folla schiumante rabbia, sventolante bastoni e aste di bandiere. S’intravedeva qua e là anche qualcuno armato di fucili e pistole. Era l’immagine simbolo di quella giornata, tanto che gli odierni manuali di Storia del Ferroni la portano in copertina. Di lato alla fotografia scorreva l’editoriale di prima pagina a firma di Antonio Padellaro: “Un treppiede per tutti”.
Riposi l’Unità scacciando tristi pensieri e m’aggrappai quasi a Repubblica. Qui il titolo era “La fine di Sua Emittenza” e la pagina si mostrava più movimentata. Sotto il titolo c’era la medesima foto dell’ex quotidiano ex comunista, ma più piccola, incorniciata da una serie di commenti: Ezio Mauro: “La moral suasion armata di cozze e picconi”, Eugenio Scalfari: “Avevo scommesso nei miei dialoghi con Io e Floris che finiva così”, Curzio Maltese: “Gli abbiam dato il conflitto con gli interessi”, Francesco Merlo: “Fenomenologia dell’utilizzo degli sputafuoco di sinistra”. A Concita De Gregorio era stato affidato il compito di saggiare gli umori della piazza “Le casalinghe disperate di Macherio”.
Poggiai il quotidiano di Largo Fochetti e presi il Corriere della Sera. Titolo grande: “Italia, si cambia”. In prima pagina partiva il racconto della giornata di Aldo Cazzullo (“La fine del furbone del biscione”). Tre i commenti che dalla prima proseguivano all’interno. Quello di Gianantonio Stella: “E adesso mandiamo a picco il Ponte sullo stretto”, quello di Giovanni Sartori: “Gli abbiam pestato in testa il Mattarellum” e quello di Dario Di Vico: “La rivincita del ceto medio”. L’editoriale del direttore Mieli era così titolato: “Abbassiamo i toni, il più è fatto”. Catenaccio: “Ora subito il Partito democratico, cazzo”.
«Quale leggo?» chiesi in un sussurro. Il Cavaliere fece un cenno e m’invitò «a non fare gli occhi da mercante». Ebbi un nuovo sussulto di pietà e scossi il capo come per pronunciare il gran rifiuto. “Eh no, santo Giaveno, non ti rifilerò codesto veleno” pensai. Ma il Cavaliere mi fissava insistente: «Suvvia, non bisogna piangere sul latte macchiato. Si faccia coraggio». “Oh santo Silvestro, non sarò io a legarti al fatale capestro” feci tra me e me. Ma lui mi squadrava di nuovo, intensamente. «Suvvia Abate, non batta la fiaccola, legga». Tergiversai di nuovo sussurrando mentalmente: “Oddio santa Anselmina, fa’ che non abbassi l’affilata ghigliottina”. Inutile, il mio interlocutore era irremovibile. Muto, accennò a ch’io m’appropinquassi alla lettura. Ma non prima di aver recitato in cuor mio la giaculatoria finale: “Venite santi tutti, che mo’ so cazzi e pure brutti”.
Aprii il Corriere a pagina due e, sconsolato, iniziai a leggere.
(2. Continua)

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