Haring, quel pianto segreto sotto i gaffiti

Di Frangi & Stolfi
09 Febbraio 2000
Senza ombrello, sotto il temporale

C’è in questi giorni un’occasione per conoscere da vicino uno degli artisti più popolari e più innovativi degli anni ’80: è Keith Haring, l’inventore (maledetto da tanti) dei graffiti murali urbani. Le opere di Haring (che è morto di Aids neanche trentenne nel 1990) sono esposte a Pisa a Palazzo Lanfranchi sino al 12 marzo. Le sue immagini, con il segno così primitivo e marcato sono nella memoria collettiva, tanto hanno influenzato il linguaggio visivo della pubblicità e della grafica (di lui potete sapere molto al sito www.haring.com). Ma la domanda che ora ci si fa è questa: Haring era un grande o è stato solo un grande e commovente interprete del suo tempo? Sulla seconda parte della domanda non ci sono dubbi. Amico di Warhol e di Basquiat, ha composto un terzetto che ha segnato nel profondo il modo di vedere la realtà, di avvicinare cose alte e cose basse, di dar dignità al lato selvaggio che c’è in ciascuno. Il suo fascino umano è quindi indiscusso: non ha mai pensato a sé come a un genio. Anzi, mescolando l’opera con gli altri due, è andato come alla ricerca di un anonimato urbano, di una coralità in cui lui era solo il braccio che dava forma a un sogno espressivo di tanti. Haring è un parente stretto dei grandi artisti che, qualche centinaio di secoli fa, hanno lasciato sulle pareti delle grotte di Lascaux o di Altamira le loro straordinarie pitture con cervi e cinghiali. Non sapremo mai il loro nome, ma è certo che la loro mano era il terminale di un sentire collettivo. Haring non ha voluto arricchirsi con il suo successo, ma ha fatto convogliare i proventi delle sue opere in una Fondazione che ha come scopo quello di aiutare i malati di Aids. In questo gesto non c’è solo la generosità di un ragazzo umanamente straordinario, ma anche la consapevolezza radicale che quel che lui stava facendo non gli apparteneva. Non era roba solo sua. A controprova di questo basta leggere i diari dei suoi ultimi mesi, quando, accertata la malattia, era costretto ad un isolamento angoscioso. In particolare Haring soffre di non poter più lavorare creativamente con i bambini, li rimpiange, si chiede se tanta durezza era necessaria o era solo dettata da una preoccupazione borghese di tenere lontano l’infetto. Haring costretto a star solo è come un uomo mutilato, afasico, impotente. Si trascina con i suoi segni che sembrano morirgli tra le mani, tra ombre di morte che li zavorrano. Ma proprio questa sua fine conferma che Haring è stato qualcosa di più che un grande interprete della sua epoca. È stato un grande artista tout court: e il segno nero che contorna ogni sua figura, è sintomo sì di una schiettezza assoluta, di un essere bambino che non è stato soffocato dall’opacità della coscienza adulta. Ma non è solo questo. È anche annuncio di un dolore che verrà. Il suo tono scanzonato e antiretorico, nasconde un pianto, un grido. Chi lo sa ascoltare può capire la vera grandezza di Keith.

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