Giustizia senza appello, il fisco di Visco e dei Ds e la par condicio di Ansa e Corriere
Condanne senza appello Mercoledì 9 febbraio commentando in un’intervista al Corriere della Sera il “pacchetto” legislativo in materia di sicurezza proposto dal governo per contrastare “l’emergenza criminalità”, il procuratore di Torino Marcello Maddalena ha, tra l’altro, dichiarato di essere favorevole all’abolizione del grado d’appello: “Se si sceglie il processo di tipo accusatorio, con tutte le garanzie del contraddittorio dibattimentale, non ha alcun senso continuare a prevedere un secondo grado di giudizio di merito: nei Paesi anglosassoni c’è solo un verdetto, che non viene neppure motivato”. Venerdì 11, sempre in un’intervista al Corriere, il ministro degli Interni Enzo Bianco ha immediatamente fatto sua la proposta.
A parte che se in questi lunghi anni di manette tintinnanti fosse stato abolito il grado d’appello, molti imputati risultati poi innocenti o comunque in secondo grado assolti (solo per fare un esempio, l’ingegnere nonché editore della Repubblica, tanto favorevole a questo genere di riforme, Carlo De Benedetti, condannato in primo grado per la bancarotta del Banco Ambrosiano e assolto in appello) sarebbero finiti in galera, Maddalena e Bianco si dimenticano di spiegare che in tutti quei paesi in cui non c’è il grado d’appello (per esempio i paesi anglosassoni) vige però la separazione delle carriere dei magistrati, l’elezione popolare dei procuratori e l’assoluta parità processuale tra difesa e accusa. Esistono cioè una serie di garanzie che permettono di controllare l’operato dei giudici titolari del formidabile potere di comminare la galera dopo un solo grado di giudizio. Abolire l‘appello in un sistema giudiziario come quello italiano in cui non c’è separazione delle carriere, i giudici sono inamovibili e la parità processuale tra accusa (che può servirsi di Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza) e difesa è solo sulla carta, significherebbe sommare agli aspetti non garantistici del nostro ordinamento, quelli non garantistici dell’ordinamento altrui lasciando nelle mani dei magistrati il potere assoluto di mandare in galera un cittadino dopo un solo grado di giudizio e senza neanche la possibilità di sindacare il loro operato: in pratica, vorrebbe dire istituire la repubblica dei giudici. Con tutto rispetto dei magistrati, un’ipotesi che ci sentiamo di condannare. Senza appello.
I record di Visco (e quelli degli italiani) Martedì 8 la Banca d’Italia ha confermato lo straordinario incremento delle entrate fiscali registrato nel 1999. I dati parlano di un aumento dell’11% che ha portato dai 541.303 miliardi del 1998 ai 602.220 dell’anno scorso incassati dall’erario. In particolare nel mese di dicembre le entrate avrebbero raggiunto la quota record di 117.883 miliardi. Da questi dati si deduce che il ministero delle Finanze avrebbe incassato risorse aggiuntive ben superiori a quelle impegnate nella Finanziaria 2000 per il peso fiscale degli italiani.
I dati, sebbene siano stati presentati con la consueta celebrazione di governo, stanno a dimostrare una volta di più che a reggere la baracca sono gli italiani, di anno in anno spremuti con crescente puntigliosità da quel crociato delle tasse che è Visco. Anche perché, come rilevava il Foglio negli stessi giorni, la spesa pubblica, necessaria ad alimentare la burocrazia sindacalizzata del paese (la spesa si concentra infatti nei sussidi assistenziali e nelle paghe dello sterminato impiego pubblico), non è diminuita affatto. E il peso lo continua a portare la già asfittica economia reale, quella che genera gli incrementi fiscali (in Italia lavora il 50,8% della popolazione contro il 60,8% della media europea). E, così, gli appalti pubblici hanno fatto segnare una diminuzione di spesa di 17mila miliardi (con il rischio di veder svanire 250mila posti di lavoro) e, secondo i dati di Eurostat, i disoccupati detengono il primato per la durata del periodo di disimpiego. Come si vede, certi record sono come le ciliege, uno tira l’altro.
La politica fiscal-elettorale dei Ds Mercoledì 9 febbraio, il cronista parlamentare de Il Giornale ha sorpreso al ristorante della Camera il capogruppo dei Ds a Montecitorio, Fabio Mussi, mentre spiegava ad alcuni compagni di partito quale sarà la strategia da seguire in vista delle prossime elezioni politiche: “Io l’ho detto a Visco – spiegava Mussi -: anche se nel Dpef abbiamo scritto che riduciamo la pressione fiscale dello 0,5%, forse sarebbe il caso di ridurlo dello 0,8% nella prossima finanziaria. Poi, dopo che si è vinto le elezioni, diamo una tiratina”.
Traduzione: visto che, tra l’altro, il fisco incassa bene, in prossimità delle elezioni restituiamo ai contribuenti 20mila miliardi e non i 10mila previsti dal documento di programmazione economico-finanziaria. Così potremo dire a quei tordi degli italiani: “visto come siamo bravi. Non vorrete mica votare Berlusconi, spaventoso salto nel buio”. Poi passate le elezioni e incassati i voti, ritiriamo le briglie e incassiamo, con gli interessi, quanto elargito prima. E quei tordi degli italiani pagano.
Par condicio in Rai, all’Ansa e al Corriere In settimana sono stati diffusi i dati dell’Osservatorio di Pavia che prendono in esame l’ultimo trimeste del ’99 e vengono confermati da una ricerca dell’Ispo e del gruppo “Effetti Televisione”. Dai dati emerge che sulle reti pubbliche il governo ha una percentuale di presenza intorno al 29,90% sul Tg1, del 30,40% sul T3 e del 23,70% sul Tg2; il centrosinistra del 24,80 sul Tg1, del 28,20 sul T3 e del 19,60 sul Tg2; il Polo sulle tivù di Stato ottiene il 19,50 sul Tg1, del 17,50 sul T3 e del 28,50 sul Tg2. D’Alema, nel complesso assomma 1031 minuti di apparizioni sull’etere, mentre Berlusconi si ferma a 395.
La prima domanda è: dove accidenti avrà mai trovato Curzio Maltese di Repubblica i dati che sbandierava un paio di settimane fa (Tempi n° 5, 3/9 febbraio) secondo cui Berlusconi in tivù batteva D’Alema 832 minuti contro 588? La seconda è: come mai il giorno dopo (giovedì) l’agenzia di stampa Ansa diffondeva una notizia (ripresa subito dal Corriere della Sera, che invece mercoledì non pubblicava quella relativa ai dati dell’ultimo trimestre ’99) secondo cui i dati dell’Osservatorio di Pavia relativi alla settimana dal 22 al 28 gennaio indicherebbero un riequilibrio tra i poli nell’informazione Rai (ma il governo resta al 20,2% contro il 14,7% di Forza Italia), a fronte di uno squilibrio a favore del centrodestra sulle reti Mediaset? Si avvicinano le elezioni e bisogna introdurre una par condicio delle notizie? Lo Stato del Missouri vs Benetton Giovedì scorso si è saputo che lo stato del Missouri ha fatto causa alla Benetton e al fotografo Oliviero Toscani per la campagna pubblicitaria inaugurata in queste settimane dall’azienda d’abbigliamento veneta e che riproduce la foto di alcuni condannati a morte americani sotto la scritta “condannato a morte”. Il permesso per quelle foto, sostengono negli Usa, sarebbe stato ottenuto per scopi ben diversi da quelli di una campagna pubblicitaria e, anzi, se fosse stato spiegato il vero motivo della richiesta, non sarebbe mai stato rilasciato.
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