La riforma della Benemerita, mammuth statali e i ragazzi del coro

Di Tempi
08 Marzo 2000
La settimana dei fatti non separati dalle opinioni

L’Arma pretoriana del Presidente Martedì 22 febbraio è scoppiata la polemica tra i vertici della Polizia e dei Carabinieri per un annuncio a pagamento pubblicato su alcuni quotidiani e firmato dall’Anfp, l’Associazione nazionale funzionari di polizia, in cui si attaccava l’Arma e i suoi vertici in merito alla riforma che trasformerebbe i Carabinieri nella quarta Forza Armata accanto a Esercito, Marina e Aeronautica. Il Comandante dei Carabinieri (se la riforma, votata alla Camera, passerà anche al Senato) dipenderà direttamente dal capo di Stato maggiore della Difesa (per le funzioni di controllo sulle altre tre Forze Armate come polizia militare) e dal ministero degli Interni, attraverso il Dipartimento di pubblica sicurezza per quanto riguarda l’ordine pubblico.

Tutto è stato ridotto a una lite di bottega tra sindacati di due apparati di polizia concorrenti. Ma il problema sollevato dal vicequestore Giovanni Aliquò, segretario dell’Anfp che ha firmato l’inserzione, è di ben altro spessore. Si tratta della decisione di istituire un corpo autonomo delle Forze Armate, cioè non più dipendente dall’Esercito, ma, per i compiti militari dalla Difesa, e per i compiti di ordine pubblico dagli Interni, in ogni caso alle strette dipendenze del governo. Aliquò si è giustamente domandato: “in quale paese del mondo una Forza armata come i carabinieri, che controlla le altre tre come polizia militare, poi sovrintende anche alla sicurezza interna? Certo in Colombia e in Turchia le cose vanno in modo diverso…”. E in effetti una polizia di esclusivo controllo del governo ha eguali solo nella Guardia Presidenziale del defunto dittatore dell’ex Zaire Mobuto e dei vari dittatorelli del Congo Brazzaville, oppure in quella dei pretoriani di Saddam Hussein. Oltre a rievocare sinistri fantasmi della storia…

Elefanti burocratici…

Settimana scorsa la Corte dei conti ha pubblicato il “Referto su costo del lavoro per il biennio 1997-98” che fotografa lo stato della burocrazia italiana. Il titolo di studio più diffuso nelle amministrazioni pubbliche italiane è la licenza media superiore (42,8%) mentre il 32,2% dei dipendenti pubblici ha conseguito il semplice diploma di scuola dell’obbligo e meno di un quarto è in possesso della laurea. I laureati sono però concentrati nella scuola che alza la media anche perché rappresenta da sola quasi la metà dei dipendenti pubblici. Negli enti decentrati, infatti, la percentuale di laureati si ferma al 10%. La spesa media per la formazione del personale non supera lo 0,2% del totale del costo del lavoro e se negli enti pubblici economici la spesa per la formazione arriva allo 0,50% e nelle regioni allo 0,31% nel settore della ricerca in un solo anno si è verificato un abbattimento del 5%. Il 95% dei dipendenti, a parte gli assunti per i lavori socialmente utili, è assunta con contratto a tempo indeterminato. Infine, sempre per il 1997, cui si riferisce l’ultima rilevazione disponibile, i dati parlano di assenza dal lavoro per malattia di 10,3 giorni per il 59,3% del personale in servizio con una perdita di lavoro pari al 18,3% (che sale al 20% nella scuola e al 22% nella sanità) del tempo totale per una spesa complessiva di 40mila miliardi.

Ovviamente qui non si intende criminalizzare il lavoro pubblico. Il punto (vedi La Settimana in Tempi n°7 17-23 febbraio 2000) è che a fronte di un continuo aumento delle entrate fiscali a carico degli italiani, la spesa pubblica, rappresentata per la gran parte dai costi del personale, rimane fuori controllo. Il che, oltre a rappresentare un costo economico non più sostenibile soprattutto se confrontato con le notorie inefficienze della nostra burocrazia, finisce per alimentare ogni forma di assistenzialismo e di conservatorismo parasindacale. Oltre a demotivare e deprimere chi nel pubblico lavora seriamente.

e pachidermi scolastici Lunedì 21 febbraio, la Ragioneria Generale dello Stato ha approvato il budget 2000 dello Stato con i costi di ciascun ministero. Di gran lunga il più costoso è risultato con 63.015 miliardi all’anno il ministero della Pubblica Istruzione seguito dalla Difesa (24.584 miliardi) e dagli Interni (13.765). Dei 63mila miliardi stanziati per la scuola ben 61mila servono a pagare gli stipendi dei circa 900mila insegnanti presenti tra docenti di ruolo e supplenti; la spesa relativa a investimenti, riforme e dotazioni per gli istituti dal ’96 al ’99 è invece passata da un misero 2,2 a un altrettanto modesto 3,3% (poco più di 2mila miliardi). Da uno studio di Confindustria risulta anche che l’Italia è il paese Ocse che spende di più per l’istruzione (con un costo per studente superiore del 15% e nel complesso un aggravio di 15mila miliardi) con i risultati meno brillanti rispetto alla possibilità di trovare lavoro dopo il diploma.

Naturalmente molti quotidiani hanno brandito la notizia contro gli insegnanti in protesta contro Berlinguer: vanno in piazza per gli aumenti, ma rappresentano la vera zavorra della scuola italiana. In realtà tali dati, già in molte occasioni commentati da queste colonne, non sono altro che la dimostrazione di quanto osservato qui sopra: l’amministrazione pubblica, della quale la scuola è la più drammatica esemplificazione, è ormai ridotta a una struttura elefantiaca, dai costi smisurati e dai risultati incerti, che disperde immense energie in mille rivoli di stretto controllo sindacale, sottraendole a chi, statale o privato, nella scuola lavora con passione e impegno. Unmilioneeottocentomila per un docente laureato è un insulto alla preparazione e alla competenza. Ma la situazione non potrà cambiare, tanto meno con i concorsi-enalotto da sei milioni, finché con questi stipendi da assistenza sociale si intenderà mantenere una pletora, forse inefficiente, forse inadeguata a una scuola moderna, ma tanto utile al consenso politico e sindacale. Soprattutto per questo è indispensabile la parità scolastica e la concorrenza tra libere scuole.

Se il dollaro non fa sconti In settimana la Banca centrale europea ha ipotizzato un altro rialzo dei tassi di interesse dello 0,50%, dopo quello del 3 febbraio scorso che aveva portato il costo del danaro al 3,25%.

La scelta sarebbe dettata dalla debolezza della moneta europea nei confronti del dollaro che, unitamente alla politica restrittiva dell’offerta di greggio da parte dei paesi Opec, sta causando il continuo aumento del prezzo del petrolio che quotidianamente verifichiamo alla pompa di benzina. Per arginare i rischi inflazionistici quindi si alzerebbe il costo del danaro. A questo punto però la teoria secondo cui un Euro debole aiuterebbe l’economia europea sembra mostrare la corda. Davvero qualche vantaggio nelle esportazioni compenserà un continuo aumento del costo del danaro, letale per gli investimenti (e per i paesi, come l’Italia, con un pesantissimo debito pubblico) e un costo del petrolio che graverà sulla già non florida economia europea? Menestrelli 1 Televideo, mercoledì 23 febbraio ore 11,02: “Il presidente del Consiglio D’Alema, riceverà Jovanotti oggi alle 12 a Palazzo Chigi”.

Come a dire: “Il Generalissimo D’Alema incontrerà a Palazzo dei Marescialli il cantante patriottico Jovanotti Lorenzo dopo le vergognose polemiche seguite all’eroico appello rap lanciato dal cantante al cospetto del popolo sul palco del Festival della canzone Tricolore”. Poi dicono la rap condicio…

Menestrelli 2 Martedì 22 il direttore artistico del Festival di Salisburgo, Gerard Mortier, a sorpresa, ha ritirato le proprie dimissioni che aveva annunciato come gesto di protesta contro l’ingresso nel governo austriaco dell’Fpo, il partito di Jorg Haider: “Ho deciso – ha dichiarato Mortier – di sostenere in modo solidale la resistenza contro l’Fpo con tutti i mezzi artistici di cui disponiamo”.

L’arrivo al governo di Haider aveva offerto a Mortier un modo eroico per abbandonare una carica che a fine contratto nessuno gli avrebbe più rinnovato. Secondo il giudizio unanime degli esperti, infatti, Mortier è il direttore artistico che in pochi anni ha distrutto il Festival di Salisburgo mettendo in fuga sia Abbado che Muti con una demenziale gestione fatta di spettacoli e musicisti mediocri, “provocazioni artistiche” e “regie all’avanguardia” che nascondevano solo l’assoluta mancanza di idee. Il problema di questi menestrelli, nani e ballerine è proprio questo: che sono dei pessimi menestrelli e delle squallide ballerine.

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