Si accomodi, Mr Putin,il post-comunismo é servito.
La Russia è giunta alle elezioni presidenziali come quel giocatore che va al casinò, arresosi dopo aver deciso di smettere di giocare: con fatalismo, stanco degli innumerevoli tentativi di correggersi, deciso a infischiarsene di tutte le morali e facendo finta che il casinò sia l’unico mondo autentico, e il gioco sia l’unica realtà.
Cambi e ricambi sulla stessa barca Pur con tutte le differenze di opinione politica, i cittadini della Russia sono uniti oggi dallo stesso sentimento di dieci anni fa. Allora si faceva fatica a credere che la fede nella Russia come paese del comunismo vittorioso fosse soltanto una finzione. Oggi si fatica a credere che fosse una finzione la fede nella vittoria della democrazia in Russia. Dieci anni fa si diceva: “Si pubblicano i libri di Solzhenicyn e un anticomunista diventa presidente della Russia: chi l’avrebbe mai detto!”. Oggi si dice: “Rinasce lo stile di vita comunista e diventa presidente della Russia un kaghebista antioccidentale: chi l’avrebbe mai detto!”.
Il mutamento appare improvviso e quindi enigmatico. Possono succedere nel mondo reale dei cambiamenti così repentini della vita e della mentalità di 145 milioni di persone? In Occidente si comincia a dare ascolto a quei politologi russi e occidentali che nel corso degli ultimi dieci anni ci hanno riempito le orecchie di prediche pessimistiche sul carattere superficiale delle riforme russe. Paradossalmente, in Russia proprio adesso si è smesso di dare ascolto a queste voci, non perché non ci si creda, ma perché riconoscere le ragioni degli scettici significherebbe riconoscere la colpevolezza della maggioranza dei cittadini della Russia.
Il regno dell’irrealtà
Marx aveva previsto il tempo in cui il comunismo da fantasma sarebbe diventato realtà, ma si sbagliava. Il comunismo non poteva diventare una realtà, e non lo è diventato. Tuttavia l’epoca delle “rivoluzioni di velluto” ha fatto diventare realtà il post-comunismo, un tremendo postumo da sbornia, in Russia anche sanguinario. Il post-comunismo è la conservazione della psicologia comunista senza la fede nel comunismo. Gli ideali comunisti si sono esauriti, la gente è stata costretta a salvarsi da essi come si scampa dalla nave che affonda. Solo che nuotare fino alla riva, fino alla realtà, si è rivelato più difficile che sopravvivere sulla zattera fatta con i resti del bastimento perduto.
Il comunismo si è rivelato inconsistente dal punto di vista economico. L’unico settore produttivo che si è sviluppato con grande successo eí stato quello delle parole, della propaganda, dei “villaggi di Potemkin”, del fumo negli occhi. E dopo la disillusione dal comunismo proprio questo settore produttivo si è conservato in tutto il suo splendore. In Russia sono apparsi personaggi che si fanno chiamare banchieri, imprenditori, managers, fattori. Sono riapparse anche parole perdute dai tempi della rivoluzione: “azioni”, “ipoteche”, “sindaco”, “investimenti”. È stato annunciato il passaggio dal monopolio statale al commercio estero.
Milioni di russi e decine di migliaia di stranieri si sono messi a lavorare col sudore della fronte, come non si era mai lavorato ai tempi del comunismo, per sviluppare imprese proprie. All’inizio degli anni ’90 sono sorte migliaia di banche, decine di migliaia di imprese agricole, centinaia di migliaia di negozi privati. Nel paese sono giunti numerosissimi investitori stranieri. Nell’euforia pochi si sono accorti che alla tanto conclamata libertà economica mancavano alcuni dettagli.
Fine del comunismo? Chiedetelo ai contadini Nel paese manca a tutt’oggi la proprietà privata della terra, non solo, si conserva il sistema della proprietà contadina collettiva, inventata dai comunisti nel 1929. Questo sistema non era riuscito a sfamare il paese prima, e non vi riesce neanche oggi. Ma agli stessi piccoli proprietari terrieri non si è permesso di svilupparsi: quelli che hanno preso la terra agli inizi degli anni ’90, alla fine del decennio sono ormai stati gettati sul lastrico dai vecchi e nuovi burocrati, e ancor di più dall’ostilità e dal sabotaggio di coloro che come prima non trovano senso a lavorare, e preferiscono vivere quasi alla fame pur di non rischiare e di non sudare. I burocrati si sono accapparrati i sussidi (per lo più provenienti dall’Europa occidentale e dagli USA) inviati per lo sviluppo dell’agricoltura, e i vicini hanno bruciato le case, messo fuori uso i macchinari, a volte perfino ammazzato coloro che tentavano di tornare a una normale vita da contadini, come prima della rivoluzione. In Russia si sono conservati quasi tutti i kolchoz (26mila), soltanto che sono stati ribattezzati “cooperative agricole”, “associazioni”, “compagnie”. Il 13% delle imprese agricole tuttora non ha vergogna di chiamarsi kolchoz. Ma anche in quelli che hanno cambiato nome sono rimasti gli stessi dirigenti, lo stesso metodo di gestione, che inaridisce la terra e incoraggia il furto e la pigrizia. Le fattorie private danno solo il 2% dell’intera produzione agricola, i kolchoz il 40%.
Di fatto l’agricoltura è stata sostituita da un sistema di minuscole imprese terriere, di “dacie” sulle quali le sementi fanno crescere una gamma di prodotti assai magra, che viene consumata dal sistema stesso, e solo in parte viene venduta sui mercatini delle città. Proprio queste piccole imprese danno il 58% dell’intera produzione, senza contare che la maggior parte delle persone che lavora questi fazzoletti di terra viene annoverata tra i lavoratori delle industrie o degli istituti scientifici. Questa forma di economia naturale avrebbe portato la Russia alla fame, se non ci fossero stati i guadagni dell’esportazione di petrolio, che permettono di importare prodotti alimentari, in modo da arricchire non i contadini, ma i funzionari.
Inizio del post-comunismo? Chiedetelo ai cittadini Negli anni ’90 la Russia è passata attraverso l’iperinflazione, l’edificazione di piramidi finanziarie da parte di privati e dello Stato, la rovina di queste piramidi, la bancarotta dello Stato nell’agosto del 1998. Le bancarotte erano ben conosciute anche nella Russia prerivoluzionaria, così come la malversazione e la corruzione della burocrazia. Tuttavia prima della rivoluzione, come negli stati contemporanei che non sono passati attraverso il tentativo di edificare il comunismo, la malversazione e la corruzione non venivano e non sono considerati una norma di vita. Nella Russia post-comunista, mentre si appendevano alle porte degli uffici, delle fabbriche e delle banche insegne con titoli “capitalistici”, ci si è dimenticati di alcune quisquilie, senza le quali non si è potuto realizzare un libero mercato.
Di solito gli esperti di economia fanno notare che lo Stato ha conservato il monopolio sull’estrazione e l’esportazione di gas e petrolio, continua a regolare i prezzi dell’erogazione di energia, mantenendoli al di sotto del livello mondiale, ciò che porta alla deformazione di tutte le relazioni economiche. La convertibilità del rublo rimane un fenomeno artificiale, al quale si può credere a Mosca, dove si cambiano dollari ad ogni angolo, ma al di fuori dei confini della Russia nessuno cambia rubli al corso attuale, artificiosamente contenuto.
Eppure la causa principale del crack della riforma economica non sta nell’ambito dell’economia, ma della giurisprudenza. La prima cosa che avevano fatto i bolscevichi era stata l’eliminazione del “tribunale borghese” e l’organizzazione di quello “popolare”, che ben presto si era trasformato in un fedele servitore del partito comunista. La riforma del tribunale non è stata compiuta, e proprio per questo gli investitori stranieri hanno cominciato ad abbandonare la Russia, sopportando qualunque perdita, come una belva finita sopra una trappola, disposta a mordersi una zampa, pur di salvarsi correndo sulle tre rimanenti.
Prima o dopo (di solito prima) quelle condizioni di favore, o almeno normali, alle quali gli investitori erano invitati nel paese, venivano annullate per passare allo spiumaggio sistematico. Gli uomini d’affari occidentali, ovviamente, si sono rivolti ai tribunali, per scoprire che i giudici sono assolutamente sottomessi alle autorità, in forza della loro dipendenza economica da esse, e quel peggio, a causa della dipendenza psicologica.
All’alba della perestrojka un simbolo dell’apertura russa al mondo era diventato l’albergo Radisson-Slavianskaja a Mosca, la prima società mista. Dopo tre anni la municipalità di Mosca si era impossessata della quota del partner americano, e quando questi si rivolse al tribunale, gli spararono.
Vado, gli sparo e torno. L’economia dei burocrati del Far-East Proprio l’impossibilità di risolvere le questioni attraverso il tribunale è la causa dell’attuale epidemia di assassini tra gli uomini d’affari. Quando i giudici tacciono, parlano le pistole. Tanto più sono rimasti indifesi di fronte al potere i piccoli e medi imprenditori russi, che si era gettati nel business all’inizio degli anni ’90. Quelli più furbi, a fronte dei titoli capitalistici si sono orientati non verso il mercato, ma verso i funzionari di tutti i livelli. A quelli che non hanno legami con il sistema rimane il “capitalismo da bazar”, le piccole operazioni di rivendita senza speranze di sviluppo, con l’“offerta” della magior parte dei profitti alle autorità o alla mafia, che è cresciuta insieme al potere.
Allo stesso tempo le “imprese capitalistiche” russe, così come quelle socialiste, quasi non conoscono la bancarotta (del resto, non è stata neppure approvata una legge sulla bancarotta), e in generale non conoscono il suicidio dei propri managers. È un’economia senza rischio, e quindi senza vincite. Nessun banchiere ha finora pagato di tasca propria per bancarotta, anche se alcuni hanno pagato con la vita per il successo. Gli “oligarchi” russi tantomeno hanno paura del crack, come le marionette non temono il raffreddore: gli oligarchi sono venuti su con la burocrazia in un organismo simbiotico, che si preoccupa in tutti i modi di mantenere lo status quo. La concorrenza sul mercato è stata sostituita dalla corsa ad accaparrarsi le dotazioni e le ordinazioni della cassa. Anche qui, come nell’agricoltura, il sistema ancora si regge sui guadagni dell’estrazione di gas e petrolio. In questo la Russia è simile agli Emirati arabi, con la non piccola differenza che la crescita dei prezzi del petrolio sul mercato mondiale non si riflette sullo stipendio dei lavoratori russi del petrolio e porta solo all’arricchimento di un piccolo circolo di burocrati e di industriali ad essi collegati. Il capitalismo russo è una finzione pari al comunismo russo. È meno pericoloso per il mondo esterno, ma non meno nocivo per la patria.
La “Glasnost” non è pane. E per di più ti porta in tribunale.
Fin dall’inizio della perestrojka un suo simbolo era diventata la parola “glasnost”. Durante tutto il “decennio eltsiniano” il potere ha giustificato l’assenza di riforme reali nell’economia con la presenza della libertà di parola. In effetti la produzione e la diffusione delle idee si è rivelata, non meno che in Occidente, l’unica industria indipendente dall’arbitrio dei funzionari. Certo, ci sono stati casi di persecuzione dei giornalisti (il caso del collaboratore di “Radio Liberty” Andrej Babitskij, che è stato trattenuto illegalmente in arresto dalle autorità per un mese in Cecenia, è quello che ha fatto più scalpore, ma non è certo l’unico), come ci sono state restrizioni della libertà religiosa, ma in generale la situazione in questo campo non è poi così catastrofica come nel campo materiale. L’assenza di una giustizia indipendente si fa sentire anche qui (per esempio, il sindaco di Mosca Luzhkov vince le cause per diffamazione contro i giornali con una regolarità tale da renderle vittorie di Pirro), ma finora le multe non hanno ancora rovinato nessuno.
Tuttavia, la libertà di pensare e di credere in assenza della libertà di attività economica non porta i frutti sperati dai fautori della democrazia. La questione non è solo che la maggior parte della popolazione, dopo un breve periodo di passione per le denuncie della bestialità del comunismo, si è orientata su una cultura di massa che prende dall’Occidente i modelli peggiori. La maggior parte dei rappresentanti dell’elite intellettuale, che all’inizio degli anni ’90 interveniva in difesa della democrazia e della scelta occidentale, alla fine del decennio ha cominciato a propagandare un patriottismo militarista, con slogan sciovinisti inneggianti alla “via russa” allo sviluppo. La moda intellettuale dominante è diventata la rinascita della “grande Russia” prerivoluzionaria.
La premiata ditta zar-comunista. Ovvero, sangue e merda in Cecenia, sfarzi al Cremlino.
La rinascita dell’Impero russo è altrettanto improbabile di quella dell’Impero britannico, semplicemente per assenza di risorse economiche e militari. Tuttavia, a differenza dei nazionalismi europei, il nazionalismo post-comunista è un fenomeno artificiale, un meccanismo tanto inorganico e assemblato, quanto il mito hitleriano della Germania ariana. Con la scusa della rinascita dell’ordine prerivoluzionario si opera un rafforzamento dei fattori del sistema sovietico non legati alla fede comunista: il controllo statale sulla circolazione dei cittadini (l’obbligo di registrazione), la militarizzazione dell’industria e dell’istruzione, la limitazione dell’ambito della “glasností” (gli archivi hanno cominciato a chiudersi per i ricercatori già verso la metà degli anni ’90, e molti di essi, come gli archivi della Ceka, non sono mai stati aperti). Rinascono le forme prerivoluzionarie, nelle quali si riversa un contenuto totalmente sovietico. Il grande palazzo del Cremlino è stato restaurato con uno sfarzo tale che neppure gli zar si sarebbero sognati, ma i funzionari che lavorano al suo interno continuano a imprecare, a inveire sui sottoposti, disprezzano il diritto e la legge, esattamente come Lenin, Stalin o Brezhnev. L’esempio più sanguinario di post-comunismo come ideologia è la guerra in Cecenia: essa viene giustificata allo stesso tempo dal punto di vista delle posizioni nazionaliste come difesa dell’integrità della Russia (nella Russia imperiale del XIX secolo non ci si vergognava di chiamare “conquista” la conquista del Caucaso), dal punto di vista morale come vendetta (anche se diventa sempre più evidente che le esplosioni a Mosca sono state organizzate dalla polizia segreta sotto la guida di Putin), dal punto di vista religioso come sacrificio dei soldati per la difesa della civiltà ortodossa dalla minaccia musulmana (con la differenza rispetto al passato prerivoluzionario che la maggior parte dei soldati, e perfino dei sacerdoti, si raccapezza a malapena con i principi fondamentali del cristianesimo).
La tragedia della Chiesa ortodossa L’esempio più chiaro e evidente di post-comunismo come ideologia è la trasformazione della Chiesa ortodossa. Con i guadagni del commercio del petrolio si costruiscono molte chiese, soprattutto là dove il potenziale gregge è totalmente privo di libertà di scelta: nelle caserme, nei campi di lavoro forzato e nelle prigioni. Il clero si fa bello degli avvenimenti politici. La gerarchia attuale ha tuttavia istituito all’interno della Chiesa un controllo sulle opinioni del clero più rigido di quello che esisteva prima della rivoluzione, eliminando implacabilmente i “liberali” e gli ecumenisti, emersi in piccola quantità agli inizi degli anni ’90, ma limitando anche i “fondamentalisti”. I valori fondamentali sono diventati la magnificenza formale e l’obbedienza assoluta, come non esisteva neanche sotto l’assolutismo del XVIII secolo. La Chiesa russa si è contrapposta non solo al mondo cattolico e protestante, ma è riuscita a rovinare i rapporti anche con la Chiesa greca e le altre Chiese slave. Essa preferisce lo “splendido isolamento” a quel ruolo preminente nel mondo ortodosso che di fatto aveva prima della rivoluzione. Solo che questo splendore si conserverà solo finché nel sottosuolo siberiano ci sarà ancora petrolio; e il petrolio in Russia, a differenza degli stati arabi, viene estratto senza tener conto del futuro, con furia predatrice.
Dall’utopia, all’ipertrofia. Senza passare dalla realtà
Non è il caso di meravigliarsi della degradazione della Russia alla fine degli anni ’90: non c’è un crollo, poiché non c’era stata un’ascesa. Ciò che era stato scambiato per uno slancio verso la libertà all’inizio degli anni ’90, in realtà era il desiderio di liberarsi dalla meschina protezione della morale comunista, ma non il desiderio di entrare nel mondo reale della creatività, della concorrenza, della produttività del lavoro. La fede nell’utopia comunista è scomparsa, lasciando dietro a sé un infantilismo ipertrofico, una sordità al diritto e alla legalità, la paura del rischio e della responsabilità, la preferenza della mano forte dello Stato alla mano invisibile del mercato. I decenni comunisti hanno bruciato anche quelle vittorie dell’occidentalizzazione e quegli inizi di società civile che con difficoltà si erano formati al principio del XX secolo. La disillusione dagli ideali comunisti si è trasformata in disincanto rispetto a qualunque idea, e la convinzione cinica che anche in Occidente vige la stessa ipocrisia e oppressione globale che è diventata norma della vita russa (si possono trovare dei fondamenti a tale cinismo). È stata interrotta la tradizione del rispetto sia nei confronti della libertà, sia dell’ordine, ed è rimasta solo la voglia di tranquillità, non obbligatoriamente del “dolce far niente”, ma di qualunque forma di tranquillità, sanguinolenta, cimiteriale, burocratica. L’uscita di scena di Eltsin era temuta e ci si rifiutava di credere ad essa, l’arrivo di Putin è stato accolto con sollievo, come garanzia di prosecuzione dello status quo.
La contrapposizione europea tra “destra” e “sinistra” è stata sostituita in Russia dalla contrapposizione tra comunismo e post-comunismo, tra fede nel comunismo e mancanza di qualunque fede, cinismo e fatalismo senza i benché minimi orientamenti morali. Se nei confronti del comunismo l’Europa sembrava una prostituta, pur molto ben vestita e di bella presenza, ma senza ideali, di fronte al post-comunismo sembra una carmelitana ultradevota. Le elezioni del 2000 saranno la scelta tra varie sfumature di demagogia antioccidentale e dittatura di velluto. Prima che la post-Russia, questo pout-pourri fantasmagorico di frammenti di capitalismo e di comunismo, torni nel mondo reale, con una politica reale, un mondo reale degli affari, una fede reale, a milioni di abitanti del paese toccherà diventare suoi cittadini.
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