La giustizia di Re Ubu

Di Tuti Mario
05 Aprile 2000
Dal carcere di Livorno dove è stato recentemente trasferito ci scrive Mario Tuti al quale è stato intimato di pagare 421mila lire per le spese di un processo in cui non ha avuto alcuna parte. “È la adamantina applicazione del principio della certezza della pena: condanniamo tutti, il colpevole non sfuggirà. Per questo non mi sottrarrò alle mie responsabilità e pagherò”

Caro direttore, pensavo di scriverti per raccontare un’altra di queste nostre storie di ordinaria galera, con la Corte d’Appello di Bologna che mi ha mandato un “estratto di condanna a contemporaneo avviso di pagamento” relativi al processo per la strage alla stazione. Un’ordinanza dai toni abbastanza inquietanti, dove mi si imponeva di pagare entro 10 giorni la somma di £ 421.000 per il recupero delle spese processuali, avvertendomi che altrimenti avrebbero provveduto alla riscossione coattiva, con l’intervento della Forza Pubblica. E indicando diligentemente tutti gli obbligati in solido al pagamento: gli imputati, compresi quelli condannati per reati minori, le parti civili inadempienti, tra cui la Presidenza del Consiglio e i Ministeri dell’Interno e della Giustizia…

Solo il mio nome non c’era, dato che almeno in quel processo non sono mai stato coinvolto, né come imputato e nemmeno come testimone. E, provando a immaginare a quale titolo pretendessero allora da me quei soldi – e con tanto di tabulati del Ministero delle Finanze, così da fare escludere l’ipotesi di un semplice errore – ero arrivato alla conclusione che forse anche i giudici di Bologna, influenzati dalla stampa e dalla televisione che ogni tanto mi danno impunemente dello “stragista”, si fossero convinti che nelle stragi dovevo in qualche modo comunque entrarci. E volevo così provare a scrivere qualche irriverente amara considerazione sull’attuale clima di confusione e sovrapposizione di poteri, quando mi sono reso conto che la spiegazione è un’altra, e che va ben oltre la mia vicenda individuale.

Sì, perché quello che mi sta succedendo è solo l’applicazione pratica di un principio, quello della certezza della pena, sostenuto ora a spada tratta da forze politiche della maggioranza e dell’opposizione, dalla magistratura, dalla carta stampata.

Una certezza della pena dalle implicazioni teologiche e metafisiche, e che partendo dal peccato originale e dall’ineludibile erranza e finitudine dell’uomo, per non parlare poi dell’impersonale giustificazionismo delle moderne mode sociologiche, sul piano terreno e giudiziario non può portare altro che alla affermazione, già usata da Ravachal: “Tutti sono colpevoli”… e quindi anche il Tuti, che cominci intanto a pagare! Un principio e una procedura geniali, che da tempo erano sommessamente propugnati da articoli nella stampa, interventi politici e perfino sentenze, ma senza mai arrivare all’adamantina purezza dell’atto che mi è stato notificato dalla Corte d’Appello di Bologna: liberatosi finalmente dalla penosa necessità di giustificare in qualche modo la condanna inventandosi accuse, pentiti, teoremi. No, la certezza della pena è ben altro, qualcosa che va perfino oltre la metafisica, alla patafisica, come nelle intuizioni di Jarry, col suo Re Ubu: tragica metafora di un potere tanto più attuale quanto più globale e spersonalizzante. Se si condannano tutti, certamente il colpevole non sfuggirà.

Il principio insomma delle decimazioni e delle esecuzioni sommarie. E mi va già bene quindi se gli unici atti esecutivi nei miei confronti sono solo con un tabulato delle tasse. Pagherò allora, per non sfuggire alle mie responsabilità di uomo e di cittadino, per non sembrare irriducibile nei confronti della legge, della società, degli stessi massimi principi.

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