Governo vecchierel, canuto e stanco
Roma. Il miglior editoriale di sabato 29 aprile, il giorno dopo la conquista della fiducia da parte del governo Amato, l’ha fatto Vincino sul Foglio. Nella vignetta, sulla sinistra è disegnato un lenzuolo dal quale spuntano due piedini, sulla destra un Amato esultante. Sopra il lenzuolo la scritta: “Un bambino trovato morto vicino Como”, sopra il raggiante Amato: “Un governino trovato vivo vicino Roma”. E il commento: “Non era meglio il contrario?”. Sì. Ma lasciamo che l’accostamento dei due fatti resti confinato nei limiti della vignetta di Vincino. Di barzellette e vignette non si faccia uso improprio.
Anche perché il sospetto (che non è l’anticamera della verità, ma la conseguenza dell’opacità) che nei giorni passati un uso improprio sia stato fatto di realtà ben più importanti della satira, come ad esempio le nostre istituzioni, non ci lascia.
Hai voja d’annà a votà…
Si diceva in Roma, nell’androne di un bel palazzo nelle adiacenze di piazza Monte Citorio: “Dotto’, hai voja da vota’ pe’ Berlusconi, tanto fanno come je pare”. L’operatore edile addetto al restauro del palazzo medesimo (c’è chi si ostina pervicacemente a chiamarli muratori, ma è solo questione di tempo, ora col linguista Tullio De Mauro alla Pubblica istruzione anche questo residuo di Italia “rozza e incivile” – per dirla con la gentile signora Grazia Francescato – troverà pane per i suoi denti), l’operatore edile, dicevamo, che di politica non è specialista, ma che con il suo voto della politica è fonte primaria, giustamente si lamentava ed esprimeva il senso di frustrazione di chi si è appena accorto di aver fatto una cosa inutile, inutile non per incapacità sua, ma per protervia altrui. Similmente si esprimeva un tabaccaio (personaggio appartenente alla categoria dei liberi imprenditori, soggetti possessori di partita Iva e sospettabili di elusione, se non di evasione, fiscale; si può chiamarli anche tabacchini senza incorrere in insurrezioni politically correct) del borghese quartiere di Monteverde Vecchio: “Aho, ma ve rendete conto che c’hanno ridato er topo, quello che ha rosicchiato nei nostri conti bancari? Ma allora che avemo votato a fa’?”. Il riferimento del rozzo, ma efficace politologo monteverdino è all’esperienza del governo Amato del 1992 (quando ministro del Tesoro era Carlo Azeglio Ciampi, quello stesso Carlo Azeglio Ciampi che gli ha affidato l’incarico di presidente del Consiglio in questo aprile del 2000).
Le due citazioni servono per cercare di spiegare i fatti di seguito elencati, succedutisi in Italia dal 1994 ad oggi, alla luce del primo articolo della nostra Carta fondamentale che recita: “… la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
1994-2000: la seconda repubblica dei commissari del popolo 1. C’è un esecutivo guidato da Silvio Berlusconi che è il risultato di un voto popolare nel quale il suddetto si è presentato agli elettori come candidato al governo del paese, sostenuto da una certa coalizione di partiti, coalizione che ha ottenuto la maggioranza nel Paese e nel Parlamento. Una parte di questa maggioranza, a un certo punto, si stacca e, in Parlamento, fa diventare maggioranza quella che era, in Parlamento e nel Paese, minoranza.
2. Constatata la disomogeneità tra espressione della volontà popolare e nuova maggioranza politica, non si pensa di risolverla chiedendo ai primi cosa pensino della seconda, ma si vara un nuovo governo (Dini) figlio della nuova maggioranza.
3. Giunto poi a nuove elezioni il Paese affida a Romano Prodi, indicato per la presidenza del Consiglio da una certa coalizione di partiti, la guida del governo (il percorso istituzionale è meno diretto, ma la sostanza è questa).
4. Dopo due anni una parte della colazione che sostiene Prodi si distacca, il presidente del Consiglio vuol verificare se gode ancora della fiducia del Parlamento, e il Parlamento gli dice di no. Il paese l’ha votato a maggioranza, il Parlamento l’ha messo in minoranza.
5. Accertata questa disomogeneità tra volontà popolare e suoi rappresentanti si decide di dar vita a un nuovo governo (D’Alema) che troverà in Parlamento la sua maggioranza. Maggioranza che cambia di fisionomia nel corso del tempo rendendo necessario il varo di un nuovo governo (D’Alema 2).
6. Arriva il 16 aprile 2000. Si vota in quasi tutta Italia per eleggere i presidenti delle Regioni. Il voto ha evidentemente significato politico. Il capo del governo riconosce questa valenza politica alle consultazioni regionali e si butta a capo fitto nella campagna elettorale trasformando le votazioni in un referendum pro o contro il suo esecutivo. Viene clamorosamente battuto e si dimette dichiarando in Parlamento – non confidandolo in un orecchio al suo vicino – : “Il paese mi ha sfiduciato”.
7. Constatata la disomogeneità fra l’espressione della volontà popolare e la geografia politica parlamentare, si decide di affidare la guida di un nuovo governo a un bravo professionista della politica (Giuliano Amato), che però non si presenta con la sua faccia davanti al corpo elettorale dal 1992. Amato rimette insieme, in Parlamento, una maggioranza identica a quella che sosteneva lo “sfiduciato”, dal Paese, governo D’Alema, riconquistando alla causa il drappello socialista con la promozione di Ugo Intini a sottosegretario.
La compagine governativa è composta da 19 ministri (su 24) già presenti nello “sfiduciato” governo D’Alema (tra essi anche il nuovo premier). In virtù di un altro articolo della Costituzione (il 92) il presidente del Consiglio – che ha già ottenuto la fiducia – sta ancora aspettando che i Verdi gli indichino quale nome, ovviamente su sua proposta, il capo dello Stato nominerà al ministero delle Politiche comunitarie. Questa è la Seconda repubblica.
Tenere Palazzo Chigi, a spese del popolo, per rifarsi (il partito) Ora tutti nel centrosinistra si atteggiano a responsabili e spiegano che non si può andare avanti così, che la sconfitta c’è stata ed è stata seria, che la coalizione deve ridarsi un’anima, un’identità, che deve trovare un candidato spendibile nelle politiche del 2001, che deve recuperare il terreno perduto nella società. Lo scrive bene Gad Lerner su Repubblica del 29 aprile “La consapevolezza di governare senza un mandato maggioritario – assolvendo però un preciso compito che la Costituzione gli assegna – non mancherà certo a un politico navigato come il nuovo presidente del Consiglio, sfidato dagli eventi a muoversi con l’umiltà e l’ambizione di una minoranza responsabile. (…) Dalla postazione di governo di Palazzo Chigi, vorrei dire da audace battitore libero, Giuliano Amato può dare un contributo di ispirazione moderna al riformismo italiano che deve cercare di darsi in extremis una fisionomia all’altezza dei tempi”. Quello che non si capisce è perché la sinistra debba – in virtù di quale benevolenza divina, di quale preconcetto favorevole? – e possa fare tutto questo da Palazzo Chigi. Dal governo, dai posti di potere e non appunto nella società, in quella società che l’ha sfiduciata, che si è allontana da lei a o da cui lei si è allontanata rintanandosi nei palazzi del potere e nei salotti ad esso contigui.
Dal salotto di Chicca Testa a un tetto di Saigon Infatti, in questi giorni ben diversamente – diversamente dall’operatore edile e dal tabaccaio – avranno discorso a tavola (a certe tavole non si “parla” tantomeno si “discute”, si “discorre”) i frequentatori del ristorante La Rosetta, dietro al Pantheon, dove è di casa la signora Serena Rossetti con il suo consorte Eugenio Scalfari; dove si può incontrare anche Franco Tatò e tanto altro bel mondo radical chic. La consapevolezza di essere arrivati “all’ultima spiaggia”, perché era in gioco “la tenuta di una coalizione che appare ormai in rotta”, che rattristava la prosa di Repubblica avrà per un istante ceduto il passo a un sorriso. Sorriso che difficilmente sarà tornato sulle labbra di Claudio Velardi ex potente consigliere di Massimo D’Alema: tristi, lui e il suo manipolo, si saranno radunati nel salotto di Sandra Verusio. La stessa tristezza aleggerà in casa di Chicca Olivetti, altro salotto dei dalemiani doc. Imperterriti continuano, invece, i “veltroniani” della Rai a pasteggiare al “Gusto”, un altro anno è assicurato. Chissà se quel giornalista in quota Ulivo che il 17 aprile si avvicinò a colleghi “polisti” dicendo “da ieri siamo tutti un po’ più liberi” si è già pentito. Comunque, non si preoccupi, la Roma politica ultimamente somigliava sempre più alla Saigon che attendeva da un momento all’altro l’arrivo dei Vietcong nordisti. L’elicottero, per ora, è ancora sul tetto dell’ambasciata, a motori spenti. Ma se il generale Giap-Berlusconi riuscirà a tenere alto il morale delle truppe e, soprattutto, le farà marciare compatte e ordinate tra una trappola referendaria e furbe operazioni di maquillage centrista che Amato sta già conducendo blandendo la Cisl di D’Antoni e inviando segnali di fumo al Vaticano, il destino degli dei della capitale andrà in scena come in un film di Woody Allen. Prendi i soldi e scappa.
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