Il grembo di Maria e quel Dio così poco spirituale

Di Frangi & Stolfi
10 Maggio 2000
Senza ombrello, sotto il temporale di Frangi&Stolfi

È un controsenso dar di conto di una mostra quando questa è finita. Ma la piccola rassegna organizzata alla chiesa di San Carlo al Corso, a Milano e conclusasi il 25 aprile merita sicuramente un po’ di spazio. Qualche scusante ce l’abbiamo: la mostra è durata solo un mese, è stata reclamizzata poco (paradossale, tra tante mostre superreclamizzate che non meritano neppure uno sguardo) e aveva un tema certamente ostico – se non ostile – alla cultura così misticheggiante di oggi: la Madonna incinta. Chi non ha in mente lo straordinario affresco che Piero della Francesca ha dipinto per la cappella di Monterchi, intitolato la Madonna del parto? (Sulla Madonna del Parto c’è un bel libretto di Walter Ingeborg – Panini editore, 18mila lire – che consigliamo). Si può pensare che quel soggetto sia stato un po’ un unicum, che il grande artista aveva dipinto come omaggio a sua madre. Nient’affatto: nella pittura italiana e non solo, dal 1200 in poi, quel soggetto ricorre con una frequenza inaspettata. Il bel catalogo, pubblicato in occasione della mostra milanese (si può chiederlo alla libreria San Carlo, a fianco della chiesa, in Corso Vittorio Emanuele), ne conta quasi un centinaio, riproducendole anche in buona parte. Ma che quel che più importa, il catalogo presenta soprattutto quella dozzina di opere che Maria Alessandra Molza, la curatrice, è riuscita a “strappare” anche a grandi musei per realizzare la piccola esposizione. Immaginiamo le difficoltà che deve aver affrontato, e la lunga sfilata di ringraziamenti fa capire quanti “santi” abbia dovuto scomodare per ottenere il suo scopo. Onore dunque al suo merito. Ma, quanto a merito, qui si deve parlare soprattutto di un altro merito: “quia quem meruisti portare” regita il Regina Coeli, la preghiera che in periodo pasquale sostitusice l’Angelus. “Colui che hai meritato di portare in grembo”: la novità assoluta del cristianesimo è tutta in questo versetto. Da una parte c’è il merito, cioè la grazia che ha toccato Maria, dall’altra c’è, come conseguenza, il “portare in grembo” il Figlio di Dio, fattosi carne. Quindi non c’è nulla di strano se in un’epoca in cui il cristianesimo aveva un’evidenza incontrovertibile agli occhi degli uomini, tanti artisti siano stati chiamati a dipingere quello che oggi sembra invece un soggetto strano. D’altra parte il cristanesimo è un fatto di carne, non una religione. Oggi invece sono le mode religiose a cullare il cuore degli uomini: per il materialismo cristiano (come per ogni materialismo) non c’è molto spazio. Ma torniamo alla piccola mostra. Che non ha messo insieme dei capolavori, ma tanti pezzi di grande qualità, tra i quali svetta una bellissima tavola di Bernardo Daddi. Tuttavia, più che le singole opere colpiva la coralità che le teneva legate l’una all’altra. Proprio come la cintola di Maria, che per indicare lo stato di gravidanza, i pittori tenevano altissima, appena sotto il seno. In questo particolare, così dimesso ma anche così incontrovertibile, c’è la chiave della mostra. Perché è la dimostrazione che il Dio cristiano è così vero da non aver bisogno di nessun effetto speciale per manifestarsi. Ha soltanto colmato, un giorno, il ventre di una donna. Perché, per nostra immensa grazia, Dio è davvero molto poco spirituale.

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