Dante? Padre, forse, ma snaturato delle lettere…
Già “Il foglio” e “Il Giornale” hanno più volte denunciato le incredibili storture presenti nei libri di storia, soprattutto contemporanea. Ma in molti manuali di letteratura italiana di grande successo vi sono storture, forse più sottili e meno evidenti, ma certo non meno dannose.
Una premessa è d’obbligo: i manuali di letteratura italiana per le scuole superiori sono un grande affare per le case editrici, aggirandosi il costo di un corso completo sulle 200mila lire in tre anni: nessuna sorpresa dunque se chi li scrive cerchi di accontentare un po’ tutti. È così che si spiegano le scelte di case editrici di grande tradizione e prestigio, come ad esempio la Paravia, difficilmente comprensibili altrimenti.
“Dal testo alla storia, dalla storia al testo” è probabilmente il manuale di letteratura italiana più adottato negli ultimi anni. Indubbiamente il manuale ha i suoi pregi, ma l’idea di fondo che lo sorregge non è proprio condivisibile: non è una presa di posizione apertamente sociologica (leggi marxista) della letteratura, non si schiera apertamente a favore della critica psicanalitica, non segue neppure la critica stilistica. È un insieme di tutto, in cui però è chiaro che a farne le spese è la cultura cristiana di cui è intrisa tutta la nostra storia letteraria, anche quella apertamente laica.
Il romanzo psicologico di Dante e Petrarca l’agostiniano Tralasciamo l’incompetenza degli autori nel presentare la letteratura latina medievale e limitiamoci ai grandi. “La vita nuova” di Dante è presentata come la scansione di un triplice amore, quello interessato, seppure nella forma sublimata del saluto di Beatrice, quello gratuito e quello mistico. Nessun riferimento alla morte di Beatrice, se non una riga con la quale se ne dà notizia, quando è noto a tutti gli insegnanti che quel capitolo è di eccezionale importanza per stabilire l’identità tra Cristo e Beatrice. Ne esce così un romanzo psicologico e non invece, quale è, un’opera in gran parte teologica e addirittura cristocentrica.
Petrarca viene celebrato come il prototipo dell’intellettuale umanista, onorato dai potenti, il primo a vivere della sua opera letteraria. Fin qui tutto bene. Ma perché far risalire la crisi petrarchesca alla crisi della Scolastica, contrapponendo un Dante tomista a un Petrarca agostiniano? E perché contrapporre la visione della romanità e il classicismo dei due autori? Forse che Dante non aveva esaltato l’uomo, e anche l’uomo antico? Si pensi solo all’invenzione del nobile castello nel Limbo e soprattutto al canto di Ulisse.
Il naturalista Boccaccio e il sessuofobo Passavanti Boccaccio, “Decamerone”. La novella di Nastagio degli Onesti viene fatta seguire da una predica tratta dallo “Specchio di vera penitenza” di Jacopo Passavanti, con il pretesto che si tratta di due opere coeve, aventi lo stesso tema della caccia infernale. E fin qui, niente da dire. Ma nella scheda di lettura lo zelante autore si dà da fare per dimostrare, testi alla mano, la tenebrosa e sessuofoba medievalità di Passavanti, di contro alla benevolenza boccacciana e alla sua visione naturalistica e laica dell’amore. Senza mostrare il minimo dubbio sulla liceità di trarre queste conclusioni da due frammenti di genere letterario diversissimo, quali sono una novella e una predica. È chiarissimo che nel disegno degli autori si tratta di presentare il Medioevo come una lunga e buia preparazione all’Umanesimo, età della primaverile fioritura della vera cultura e della dignità dell’uomo.
Ariosto e Machiavelli: i pessimisti rinascimentali Proseguiamo con il secondo volume. Ariosto: siamo stati abituati a vedere in lui il campione di quel rinascimento solare che occupa i soli primi trent’anni del Cinquecento e che il sacco di Roma nel 1527 troncò quasi di netto. Qui no: già l’Ariosto è qualificato come pessimista e amaro e uno non sa spiegarsi proprio che cosa ne resti dell’armonia, della leggerezza dell'”Orlando furioso”. Note di scetticismo sono certo presenti nell’opera ariostesca, e non potrebbe essere altrimenti per una cultura divenuta immanentista, che si trovava a fare i conti non più con una fortuna “general ministra e duce” per dirla con Dante, della volontà di Dio, ma con una fortuna totalmente laica, molto simile al caso. Ma considerare pessimista l’Ariosto non significa proiettare l’ombra del disincanto novecentesco sul sole pur effimero del Rinascimento? Machiavelli: scopriamo che oltre che l’inventore dell’autonomia della politica è anche l’inventore del metodo scientifico, perché non usa più, come la cultura precedente, il dogmatico metodo deduttivo, ma l’induzione. Un po’ troppo, forse? Anche le sue famose sentenze apodittiche sono scientifiche, perché partono dall’esperienza. Quindi tutti gli altri pensatori prima di lui sono partiti da preconcetti, con buona pace del pensiero greco e medievale. Quanto al contenuto profondo dell’opera del Segretario fiorentino, esso si baserebbe sul pessimismo dell’autore, che è il pessimismo cristiano sull’uomo. Nessuna distinzione tra il pessimismo senza salvezza sulla natura dell’uomo tipico di Machiavelli, in cui a nostro parere sta la grandezza tragica dell’uomo e dello scrittore e il realismo cristiano – si pensi a Dante e all'”anima semplicetta” del XVI canto del “Purgatorio” – che vede la natura dell’uomo buona, ma poi ferita, nella storia, nell’esistenza, dal peccato e dunque redimibile, e anzi, redenta.
Passiamo alla “Gerusalemme liberata” di Tasso: i pagani diventano esponenti di un Rinascimento laico che Tasso vorrebbe inseguire come ideale della sua vita e i cristiani esponenti di quella Controriforma che, in linea con tutto ciò che si è scritto su di essa, è stata la repressione della cultura edonistica e libera del primo Cinquecento. Non una parola sulla crisi della corte e della sua splendida fioritura, crisi indipendente dalla Controriforma, come riconoscono anche i critici laici.
Esempi, quindi, del tipo di insegnamento dominante, prono a categorie superate già dalla critica degli anni Cinquanta, eppure dure a morire. Come si vede, il lavoro di consapevolezza dell’insegnante non è poco.
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