Bruno, bullo e borioso
Filippo Bruno è una delle personalità più complesse e interessanti del nostro Rinascimento. Nato a Nola, ai piedi del Vesuvio, entra nell’ordine colto dei Domenicani, novizio nel convento di San Domenico Maggiore, dove studia la filosofia aristotelica e la teologia tomistica e si sceglie il nome di Giordano. Fin da questa prima fase della sua vita attira l’attenzione per l’incapacità di rispettare ogni regola di convivenza, di dialogo e qualsiasi autorità. Rifiuta nella sua cella l’immagine dei Santi, mette in dubbio il Mistero della Trinità e si macera inella visione di un Dio concepito come una monade che si effonde panteisticamente nella natura. Nel 1576 è costretto a abbandonare l’ordine per evitare sanzioni disciplinari. Si rifugia a Roma, ma deve presto abbandonarla perché viene coinvolto nelle indagini sull’omicidio di un confratello domenicano. Si trasferisce allora a Ginevra, e aderisce formalmente al Calvinismo. Ma anche in questo caso viene espulso dalla comunità per i suoi eccessi di arroganza teologica. Dopo varie altre peregrinazioni (è a Parigi nel 1581) raggiunge Londra, dove può contare sulla protezione dell’ambasciatore francese Michel de Castelnau. Qui entra nel circolo del poeta inglese Philip Sidney. I due anni londinesi (1583/85) costituiscono il suo periodo più produttivo come filosofo (con i famosi dialoghi in italiano e le meditazioni sul sistema copernicano) mentre scrive anche alcune delle opere più velenose contro la Chiesa Cattolica, come “Il spaccio della bestia trionfante” (1584). Nel 1587 lo troviamo in Germania dove viene scomunicato dai luterani prima di trasferirsi a Venezia, invitato da Zuane Mocenigo. La sua visione filosofica tra misticismo neoplatonico, panteismo e magia naturale, pur tra molte contraddizioni offre intuizioni sorprendentemente moderne, raccolte da Hegel, Spinoza e Jacobi. Esaminando la sua vita appare chiaro come lui stesso, con la sua violenta intolleranza, la trivialità delle sue polemiche, la sua sfrenata ambizione, il suo autodistruttivo essere sempre fuori dalle righe, fu causa della propria rovina. Che arrivò per mano dell’Inquisizione – grazie alla denuncia del suo stesso protettore Mocenigo – e che si tradusse nella condanna al rogo del 17 febbraio 1600. È sorprendente (ma non troppo, visto la sua funzione di ariete nei confronti della Chiesa di Roma) che a distanza di quattro secoli, il lievemente fanatico Bruno venga ancora celebrato come “simbolo estremo della forza del libero pensiero… vittima sacrificata di una religione che si spaccia per messaggio d’amore”, “uno dei più grandi pensatori della storia umana” (Corriere della Sera, 16/2); “martire che anticipò di quasi due secoli la tolleranza dei Lumi”, “le recenti scoperte di pianeti al di fuori del sistema solare e la ricerca di eventuali forme di vita extraterrestri costituicono un magnifico omaggio alla sua prescienza… in questi tempi di pretese certezze razionali” (Repubblica 2/2).
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