Vini facili per un Guccini “stagionato”

Di Massobrio Paolo
05 Aprile 2000
Il bicchiere mezzo pieno. Enogastronomia politica

Guccini era quello della musica “impegnata”, ma intanto beveva più per la quantità, che per la qualità. Quando lo intervistai, quindici fa, la tavola del camerino era inondata da bottiglie di Pinot di dubbia qualità. E la sua immagine legata al vino evocava più la ciucca che il gusto. Oggi, appena io e Silvana abbiamo acceso lo stereo per ascoltare il suo ultimo Lp “Stagioni”, siamo scoppiati in un’impietosa risata, davanti ai monologhi fuori tempo venati di nostalgia e firmati Francesco Guccini “Eterno studente”, perché la materia della vita è troppo vasta. Il suo stile è rimasto come i pinot, come la seicento degli anni Sessanta, il pugno chiuso davanti alle scuole, l’eskimo e i jeans.

E il vino “più per la quantità” non fa neanche sorridere: fuori luogo anche quello, in un paese di giovani che mostrano un nuovo interesse anche a questo e sono passati dalla “musica impegnata” alle parole del “rap”. Canzoni, quelle di Guccini, che non ci sono sembrate vino d’annata, ma nemmeno Barolo da invecchiamento; parole senza un presente, illusioni cariche di mestizia o soltanto di una nostalgia infantile, come quelle evocate nella canzone per Che Guevara “che un giorno, in un certo luogo, ritornerà”.

E chi è, Gesù Cristo? Eppure Guccini sembra vendere bene; ai concerti fa il pieno (non so se lo fa ancora di vino), e qualche recensore musicale, sui giornali, riesce persino a prender sul serio questo sessantenne che parla di rivoluzioni e di destra o sinistra. Ma che gli rimane, alla fine, dopo averci regalato la tenerezza di “culo dritto”, quindici anni fa, dedicato alla stupore per la figlioletta? Che rimane ad un mito, condannato a cantare altri miti ed ad aggrapparsi all’inganno della sua stessa immagine? Scrivo questo perché un uomo, un artista, uno che ha scoperto le radici, uno, insomma, che ha scritto “Il vecchio e il bambino”, non può essere disunito dalla vita di tutti i giorni.

Ricordo la foto su un Lp, forse “Radici”, dove c’era la sua antica famiglia di Pàvana. Quando poi scopri che tutte le rivoluzioni del put degli anni ’60 non sono state capaci, oggi, di ridarti un quadretto semplice e pulito come quello là, ma hanno insinuato una cultura istintiva che ha sfaciato famiglie e con esse il senso di un compito – che non è la chimera di una rivoluzione – allora anche Guccini diventa una caricatura di se stesso.

Altro che musica impegnata.

Mi risollevo dall’amarezza con un Moscato emiliano, grasso ed elegante, prodotto da Lamoretti a Langhirano ((tel. 0521/86359). E poi apro Montale e rileggo – pensando che non può esser così – “Forse un mattino andando in un’aria di vetro, arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore di ubriaco. Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto alberi, case colli per l’inganno consueto. Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto, tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto”.

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