La giustizia di Re Ubu
Caro direttore, pensavo di scriverti per raccontare un’altra di queste nostre storie di ordinaria galera, con la Corte d’Appello di Bologna che mi ha mandato un “estratto di condanna a contemporaneo avviso di pagamento” relativi al processo per la strage alla stazione. Un’ordinanza dai toni abbastanza inquietanti, dove mi si imponeva di pagare entro 10 giorni la somma di £ 421.000 per il recupero delle spese processuali, avvertendomi che altrimenti avrebbero provveduto alla riscossione coattiva, con l’intervento della Forza Pubblica. E indicando diligentemente tutti gli obbligati in solido al pagamento: gli imputati, compresi quelli condannati per reati minori, le parti civili inadempienti, tra cui la Presidenza del Consiglio e i Ministeri dell’Interno e della Giustizia…
Solo il mio nome non c’era, dato che almeno in quel processo non sono mai stato coinvolto, né come imputato e nemmeno come testimone. E, provando a immaginare a quale titolo pretendessero allora da me quei soldi – e con tanto di tabulati del Ministero delle Finanze, così da fare escludere l’ipotesi di un semplice errore – ero arrivato alla conclusione che forse anche i giudici di Bologna, influenzati dalla stampa e dalla televisione che ogni tanto mi danno impunemente dello “stragista”, si fossero convinti che nelle stragi dovevo in qualche modo comunque entrarci. E volevo così provare a scrivere qualche irriverente amara considerazione sull’attuale clima di confusione e sovrapposizione di poteri, quando mi sono reso conto che la spiegazione è un’altra, e che va ben oltre la mia vicenda individuale.
Sì, perché quello che mi sta succedendo è solo l’applicazione pratica di un principio, quello della certezza della pena, sostenuto ora a spada tratta da forze politiche della maggioranza e dell’opposizione, dalla magistratura, dalla carta stampata.
Una certezza della pena dalle implicazioni teologiche e metafisiche, e che partendo dal peccato originale e dall’ineludibile erranza e finitudine dell’uomo, per non parlare poi dell’impersonale giustificazionismo delle moderne mode sociologiche, sul piano terreno e giudiziario non può portare altro che alla affermazione, già usata da Ravachal: “Tutti sono colpevoli”… e quindi anche il Tuti, che cominci intanto a pagare! Un principio e una procedura geniali, che da tempo erano sommessamente propugnati da articoli nella stampa, interventi politici e perfino sentenze, ma senza mai arrivare all’adamantina purezza dell’atto che mi è stato notificato dalla Corte d’Appello di Bologna: liberatosi finalmente dalla penosa necessità di giustificare in qualche modo la condanna inventandosi accuse, pentiti, teoremi. No, la certezza della pena è ben altro, qualcosa che va perfino oltre la metafisica, alla patafisica, come nelle intuizioni di Jarry, col suo Re Ubu: tragica metafora di un potere tanto più attuale quanto più globale e spersonalizzante. Se si condannano tutti, certamente il colpevole non sfuggirà.
Il principio insomma delle decimazioni e delle esecuzioni sommarie. E mi va già bene quindi se gli unici atti esecutivi nei miei confronti sono solo con un tabulato delle tasse. Pagherò allora, per non sfuggire alle mie responsabilità di uomo e di cittadino, per non sembrare irriducibile nei confronti della legge, della società, degli stessi massimi principi.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!