Eran giovani e forti, tornan cupi e morti

Di Tempi
10 Maggio 2000
Editoriale

“Se la vittima fosse stata un bambino italiano avremmo letto nei titoli di giornale: ‘pedofilo albanese uccide bambino italiano’. E invece siccome è stato ucciso un bambino albanese non abbiamo letto nei titoli di giornale: ‘pedofilo italiano uccide bambino albanese’”. Così abbiamo sentito dichiarare in televisione Luciano Violante, presidente della Camera. Ma in quante cronache giornalistiche e prediche domenicali abbiamo udito accarezzare il pelo a questo senso di colpa collettivo? Uno certe volte pensa che abbiano ancora un’anima. E invece no. Nemmeno davanti alla tragedia il laico e il cattolico moralista trovano un varco per sottrarsi all’ideologia e ricordare con il Matto di Elsinore: “se fossimo trattati come meritiamo, chi si salverebbe dalle frustate?”. No, cupo e sentimentale qual è, l’uomo che si sente migliore degli altri uomini, deve dire cose di sinistra e suggerire di sbieco che in un’Italia che gli ha voltato le spalle, si annida il pregiudizio razzista per cui la vita di un bimbo albanese non ha lo stesso valore di quella di uno italiano. E’ chiaro dove va a parare questo ammiccare superbo: all’ideologia che non ha tempo per il puro e semplice atto di dolore e, finalmente, alla giustificazione del proprio potere. Non a caso, anche Giuliano Amato, nel suo discorso di investitura alla Camera, si è sentito in dovere di evocare lo zio d’America e lo spirito di una nazione di migranti per sottrarsi al giudizio dei fatti, spostando così, dal piano razionale a quello emotivo, l’ormai drammatica questione dell’assenza di una politica di controllo e integrazione degli immigrati (di cui non sono responsabili i titoli dei giornali, ma una compagine politica che, nel solco dei Dini-Prodi-D’Alema-Amato esecutivi, governa l’Italia dal ‘94). Tornando alla vicenda che ha fatto sparlare Violante: alla gente semplice e vera, nemmeno gli passa per l’anticamera del cervello il risentimento glaciale esibito dall’illustre presidente della Camera. E chi (come uno di noi) ha partecipato ai funerali del bimbo assasinato, sa bene che a Mariano Comense non c’erano soltanto gli amici di famiglia albanesi, c’era tutto un popolo che si è stretto solidale alla famiglia e pregato insieme, per la vittima come per il carnefice, nonostante che tutta una mentalità fomentata dal gioco dell’opinione mediatica (con la lodevole eccezione di don Gino Rigoldi dalla prima pagina del Corriere) cospirasse a giustificare vendette e, “in casi come questi”, si dice, “pena di morte”.

Come ogni buon dalemiano, anche Violante si dice sia un postcomunista moderno, liberal, clintoniano. Il problema è che, al di là dei luoghi politici comuni, a separare i progressisti italiani da quelli americani c’è un solco profondo quanto gli abissi dell’Atlantico. Di là dell’Oceano la politica affonda ancora le sue radici nel verde albero della vita, si nutre di libertà e al dunque scarta sempre le chiacchiere giustizialiste e persegue con pragmatico realismo il primo obbiettivo del primo articolo della Costituzione americana: la libertà. Qui in Italia, invece, grazie ai cascami di un partito mamma-stato che tarda a morire, il politico progressita è colui che si impanca a guida illuminata della nazione, ma che poi asperge tutto e tutti con il grigiore della teoria e la polvere dell’ideologia. Quando mai sentiremo un progressita italiano ammettere come ha ammesso (cfr Tempi 27 aprile) il sindaco ultrademocratico di Milwaukee che, avendolo applicato nella sua città, il buono scuola (e per di più “senza limiti di reddito”) è la miglior ricetta “per disporre di buoni servizi in materia di educazione”? Quando mai ha fatto breccia nel nostro egualitarismo e giustizialismo politico, il senso e la responsabilità di un Destino comune? Non pensiamo che la femminista e abortista Hillary Clinton abbia fatto poi molti calcoli per dire al suo avversario Rudolph Giuliani, malato di cancro, “ti sono vicina e prego Dio per te”. E anche se li avesse fatti, ciò non toglie che, mentre quelle parole hanno valore e peso politico nella capitale dell’Impero, non si trova un politico progressista italiano che anche solo le balbetti a un funerale di Mariano Comense. Di là la politica marcia al passo della libertà, custodisce un senso del Mistero e nessuno grida alla tragedia se la libertà è mantenuta da una minoranza di elettori o il Mistero c’entri perfino con l’“In God we trust”stampigliato sulla cacca del diavolo. Di qua è tutta una retorica della democrazia e di religiosa pietà per i poveri, ma poi se ricchi e poveri votano come non piace a lorsignori si trova sempre uno Scalfaro che prima cancella voto e democrazia, poi allestisce pure la saga dei pianti e delle preci se, visto che il gioco è truccato, la gente no va più a votare. Ha detto bene nella sua intervista al Giornale il nostro amico Giorgio Vittadini: “La santificazione dello Stato, in cui il libero cittadino vale meno, è la vera palla al piede della nostra società, delle istituzioni, del governo… Questo governo, in mano alla sinistra più cupa”.

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