Europinioni 18
La sconfitta di D’Alema analizzata da francesi e spagnoli di sinistra I risultati delle elezioni regionali italiane non hanno ispirato alla stampa internazionale soltanto allarmati commenti sulla minaccia Berlusconi (vedi Tempi n. 17, p. 8). Alcuni editorialisti hanno anche tentato un’analisi della sconfitta della sinistra e del primo presidente del Consiglio italiano post-comunista, Massimo D’Alema. In questa opera, decisamente più apprezzabile della scandalizzata demonizzazione del leader di Forza Italia, si distinguono particolarmente le testate francesi di sinistra, certamente in forza dell’affinità culturale e di sistema politico esistente fra i due paesi.
Due quotidiani autorevoli come Le Monde e Le Nouvel Observateur pronunciano di fatto la stessa diagnosi: all’origine della sconfitta della sinistra italiana ci sono due questioni italiane irrisolte, quella del comunismo italiano e quella “settentrionale”.
Le Monde: società
italiana troppo mobile per gli incerti Ds “Il comunismo continua a costituire un ascesso non rimosso dall’altra parte delle Alpi –scrive Marc Lazar su Le Monde-, cosa che a prima vista è abbastanza paradossale, perché il Pci ha compiuto una profonda e lacerante mutazione socialdemocratica che si è tradotta in un chiaro ripudio del proprio passato e nella creazione di un nuovo partito. Questa evoluzione non ha posto problemi ai suoi dirigenti, che in maggioranza l’hanno voluta, ma ha disorientato larga parte dei vecchi militanti. Inoltre restano due piccoli partiti comunisti che non rinnegano nulla e continuano ad esercitare una pressione ideologica, politica e sociale sul resto della sinistra… La questione dell’organizzazione politica (del nuovo partito – ndr) è direttamente legata all’esperienza del comunismo. Il Pci era l’esempio vivente del partito di massa, solidamente strutturato e fortemente radicato nell’Italia centrale e fra gli operai e i contadini: esso era in sintonia con un segmento importante della società italiana. Oggi i Democratici di Sinistra dispongono di un’organizzazione indebolita (che conta tuttavia più di 600 mila aderenti) che ha ancora le sue tradizionali roccaforti ma che è in via di marginalizzazione altrove. Di fronte a una società mobile, essi incontrano le più grandi difficoltà a tessere nuove reti di influenza, a esercitare una funzione di mediazione sociale o ancora ad inserirsi al cuore dei territori socio-economici. A causa del loro passato comunista, i Democratici di Sinistra sono disperatamente alla ricerca di una legittimazione istituzionale e di un diploma in know how governativo. In questi ultimi anni si sono dunque impegnati di più nell’azione governativa e nella comunicazione che nel lavoro di partito, nonostante reali tentativi di adattamento. Infine va notato che, benchè più di un terzo degli iscritti ai Ds non sia mai stato comunista, il gruppo dirigente proviene tutto dal Pci, o meglio dalla Fgci”.
“…come tutti i partiti della sinistra riformista i Ds devono realizzare la quadratura del cerchio: sono impegnati in una politica di modernizzazione (riforma del welfare State, ecc.) che si sforza di non perdere i sostenitori tradizionali della sinistra e di attirare nuove categorie di elettori. Per mobilitare i primi, gettano loro in pasto le figure odiate degli avversari e fustigano il populismo di Bossi, l’estremismo di Fini e soprattutto l’irresponsabilità di Berlusconi, ma questi restano scettici. I secondi restano refrattari ai loro argomenti, come illustra il loro arretramento ad ogni elezione più marcato nel nord Italia e fra i giovani. L’individualismo di questi elettori, il loro desiderio di uno Stato meno presente ma più efficace, la loro inquietudine per la sicurezza, la loro esasperazione davanti alla pressione fiscale trovano maggiore rispondenza nel centrodestra”.
Le Nouvel Observateur: la sinistra non ha saputo sedurre il capitalismo popolare del Nord Sul Nouvel Observateur Guillaume Malaurie batte gli stessi tasti: “Non avendo saputo far avanzare un federalismo solidale come Tony Blair in Gran Bretagna, D’Alema s’è trovato davanti una minaccia di secessione imposta dalle urne nei territori che realizzano il grosso del pil italiano. Il fallimento è tanto più cocente in quanto la sinistra aveva nel suo patrimonio politico tutto quello che serviva per proporre un contratto sociale equo e dinamico al mondo industrioso delle piccole imprese del nord che sono all’origine del miracolo economico italiano… Evidentemente D’Alema non è riuscito a dispiegare questo modello di capitalismo popolare e solidale, mutualista e cooperativo. Nelle ultime settimane aveva alternato le minacce in caso di vittoria della destra –una crisi con l’Europa- alla promessa tecnocratica della crescita. La minaccia non funziona più, e la crescita per la crescita non basta a forgiare un progetto nazionale. Di colpo, i piccoli imprenditori e gli artigiani del nord fanno la scelta più facile. Minacciano di allentare i legami col resto della penisola, che pure comincia il suo decollo economico. Si uniscono all’Europa da vincitori e da soli… D’Alema sognava di essere l’Aznar della sinistra, capace contemporaneamente di alimentare la crescita, di collaborare coi sindacati e di domare le autonomie regionali. E’ andata male. E adesso tutta la sinistra europea guarda con preoccupazione a quello che accadrà fra Roma e le Alpi”.
Su El Pais un ceffone poco spagnolo a Massimo D’Alema Per trovare un’analisi molto distante da queste, bisogna trasferirsi nella vicina Spagna e prendere in mano El Pais. Sul quotidiano madrileno filo-socialista si legge, insieme all’incredibile notizia che D’Alema aveva ridotto la disoccupazione e che la par condicio italiana ricalca le leggi europee, che l’ex presidente del Consiglio italiano ha perso le elezioni perché ha rinunciato a delegittimare Berlusconi, anzi lo ha “risuscitato”. “Mentre Berlusconi ha identificato D’Alema come il nemico, D’Alema non ha fatto altro che invitare Berlusconi al dialogo, concedergli quasi tutto quello che chiedeva e, in definitiva, porgergli l’altra guancia…Quattro anni fa sui giornali si parlava dell’imminente fallimento dell’impero televisivo berlusconiano, sommerso dai debiti, di un Berlusconi che, finito politicamente ed economicamente, sarebbe finito in carcere a causa dei numerosi processi, delle accuse gravissime, della quantità incredibile di prove contro di lui… Ma D’Alema inventò qualcosa che non era nel programma dell’Ulivo: una Commissione bicamerale per riscrivere la Costituzione. Cercò l’accordo con Berlusconi e diventò il presidente di questa commissione… Il resto è conseguenza logica e masochista: Berlusconi, già delegittimato e finito, fu legittimato nuovamente e resuscitato da D’Alema, legittimato per poter chiedere forti prestiti alle banche e ottenerli, per attaccare i magistrati che investigano su di lui, per conservare un monopolio televisivo illegale, per essere il leader incontestabile del Polo delle Libertà”. Che strano, questo commento spagnolo mostra un forte sapore italiano. Ops, c’era sfuggita la firma dell’editorialista: Paolo Flores D’Arcais. Che il filosofo abbia deciso, vista la scarsa udienza che gli concedono i lettori italiani, di emigrare all’estero, sulla stampa di un’altra sinistra battuta alle elezioni? Ce lo auguriamo, per il maggior bene suo e dell’Italia.
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