Sanguis martyrum

Di Colombo Andrea Stefano
17 Maggio 2000
Comunismo e nazismo uniti nel macello. Il Papa ha commemorato i “nuovi martiri” cristiani del ‘900. Di questi si conoscono già 12.692 nomi e biografie. Da un convegno, il contributo di sangue che viene dall’est. Che non troverete in nessun libro di storia

Torture, crocifissioni e gulag. Tutti gli orrori del totalitarismo sono stati messi a nudo in un convegno intitolato “I martiri dell’Europa dell’Est e del nazismo” che si è tenuto a Roma, giovedì 4 maggio, all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. L’incontro ha contribuito a fare chiarezza su alcune pagine di storia nascoste o volutamente dimenticate. I numeri parlano chiaro. L’Albania, prima dell’avvento del comunismo aveva circa 200 sacerdoti. Più di 70 vennero incarcerati. Otto persero la vita sotto la tortuta ed altri due come conseguenza delle sevizie subite. Quattro vennero uccisi senza processo e 19 morirono nei campi di sterminio. Uno dei sopravissuti alla persecuzione è Zef Simoni, scrittore e vescovo ausiliare di Scutari. Ha ricordato: “Sono stato rinchiuso per dodici anni nel campo di Spac, una prigione che si può paragonare al campo nazista di Mauthausen. Si trovava vicino a una zona mineraria, in cui i detenuti erano costretti a un lavoro incessante e pericoloso. Molti, infatti, morirono”. Durante la prigionia, non potendo scrivere Simoni era solito memorizzare lunghi brani delle sue opere che recitava agli altri detenuti.

Nella memoria del vescovo albanese è rimasto anche il ricordo delle terribili torture inflitte ai sacerdoti perseguitati. “I prigionieri – ha ricordato Zef Simoni – venivano sottoposti a scariche elettriche, dovevano camminare scalzi su piastre metalliche incandescenti o venivano messi a testa in giù in barili pieni di acqua gelida. La loro bocca veniva riempita di sale, oppure erano costretti a ingerire medicine dannose per il sistema nervoso. Ricordo che il sacerdote gesuita Gjon Karma fu seppellito vivo in una bara. Il francescano Frano Kiri rimase legato a un cadavere per alcuni giorni, fino a quando cominciarono a uscire i liquidi del morto. Altri furono impiccati, decapitati o affogati in una palude”.

Non diverso il quadro della persecuzione religiosa in Russia, illustrato dallo studioso Pierluigi Colognesi. “Nel 1918 – ha spiegato – la Chiesa Cattolica contava due milioni di fedeli e aveva oltre 900 sacerdoti. Nel 1939 era completamente dispersa”. Lo conferma un altro testimone dei crimini comunisti, l’arcivescovo Tadeusz Kondrusiewicz, Amministratore Apostolico della Russia Europea, che ha concluso il convegno ricordando che “Negli anni ’30 lo Stato proclamò un piano quinquennale di ateismo allo scopo di cancellare il cattolicesimo. Chiese, seminari e monasteri vennero distrutti o trasformati in fabbriche, sale da cinema o da concerto. Il primo processo di gruppo al clero cattolico si tenne nel marzo 1923, quando condannarono i sacerdoti di San Pietroburgo, con a capo l’arcivescovo Jan Cieplak. Il parroco della parrocchia di S. Caterina Konstanty Budkiewicz venne fucilato la notte di Pasqua del 1923. Un chiaro messaggio al popolo: i padroni erano loro e non il Cristo Risorto. Migliaia e migliaia di credenti e di preti russi furono inviati nei luoghi di confino, deportati nelle steppe del Kazachstan o in Siberia dove morirono di fame e freddo. Sacerdoti e monaci venivano fucilati, strozzati o crocifissi alle porte delle chiese. Nel ‘luminoso futuro’ comunista, promesso da chi deteneva il potere, non c’era posto per ‘l’oscuro uomo religioso’”.

Simili a quelli comunisti erano i metodi persecutori dei nazisti: torture, decapitazioni, campi di sterminio. A Dachau gli hitleriani internarono 2794 sacerdoti e religioso di 37 nazionalità. Ad Auschwitz imprigionarono 416 ecclesiastici. In totale, durante la seconda guerra mondiale, in Polonia furono circa 6400 gli ecclesiastici vittime della repressione, tra i quali il francescano Massimiliano Kolbe, salito agli onori degli altari sotto il pontificato di Giovanni Paolo II.

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