Dopo il pittore, Tempi lancia il suo Shakespeare (al kilo)

Di Frangi & Stolfi
17 Maggio 2000
Senza ombrello, sotto il temporale

Non saremo mai abbastanza grati a William Shakespeare. Certamente per la quantità di capolavori che ha lasciato. Ma anche per la quantità di storie che ha saputo inventare: non ce ne vogliano i puristi, ma consideriamo Shakespeare il più grande scenneggiatore della storia. Sapete quanti film sono stati tratti dal suo Otello? E quanti dal suo Romeo e Giulietta? E quanti Amleti sono stati girati? Provate a rispondere: sicuramente scoprirete che siete stati ribassisti (i numeri li trovate in fondo a questa rubrica, per facilitare le scommesse in materia). Per facilitarvi vi diciamo che i Macbeth sono 21 e che il più bello di tutti è in questi giorni in edicola, venduto da L’Unità Multimedia: è Il trono di sangue, girato nel 1957 dal grande Akira Kurosawa. Un film che è una vera quintessenza di spirito shakespeariano, con la memorabile scena finale di Macbeth, sul suo trono, fatto centro di un tiro di frecce da fuori scena. Ma sapete perché William è il più grande scrittore di storie? Perché lo troverete su tutte le sponde: quella tragica, quella sentimentale, quella comica. E nessuna sponda lo snatura. Diceva Giovanni Testori, che riscrisse l’Amleto e il Macbeth per il teatro, che Shakespeare potevi rovesciarlo, prenderlo a schiaffoni, ridurlo a barzelletta, senza mai riuscire a tradirlo. Le sue storie sono talmente forti che ogni tentativo si strapazzarle alla fine le vedeva vincitrici. Senza però fare degli sconfitti gli imputati “strapazzatori”. Ne sanno qualcosa Maurizio Zottarelli, Martino Clericetti e Giovanni Zola, tre amici che si sono divertiti a fare letteralmente a fette il bardo: tant’è vero che la piéce teatrale che ne hanno ricavato s’intitola Shakespeare al kilo. E il sottotitolo suona ancor più esplicito: Commedia in quattro etti. Tre attori in scena, un copione che nasce dalla semplice e disgraziatissima circostanza che il copione non c’è ma lo spettacolo s’ha da fare, perché il pubblico ha pagato il biglietto e aspetta la contropartita. Ecco allora che sul palco si scatena la giostra: non uno Shakespeare ma tanti Shakespeare entrano in scena. Uno scaccia l’altro. O meglio uno chiama l’altro. Antonio, Cleopatra, Amleto, Romeo, Ofelia e Giulietta si susseguono in un dentro e fuori pieno di fuochi d’artificio e di trovate. Certamente è un gioco tutto da ridere e per far ridere. Ma in fondo c’è anche da pensare. Perché c’è molto di vero nel fatto che un attore appena sale sulla scena si sente risucchiato dai miti shakespeariani. Il palcoscenico è un regno loro e le loro ombre planano su chi recita come una prima pelle, anche se l’Essere non essere diventa un monologo zoppo interrotto da una risata. “Non trovo un punto d’appoggio”, grida in scena ad un certo punto uno dei tre protagonisti. Il gioco (riuscito) degli autori è appunto quello di togliere agli attori tutti i punti d’appoggio. Ma poi interviene Shakespeare a fornire l’ultima sponda quando, ad ogni svolta, lo spettacolo sembra sul punto di fermarsi, tenendo gli spettatori con il fiato sospeso. Davvero Shakespeare è il moto perpetuo del teatro. (Informazioni pratiche: lo spettacolo, che ha esordito con grande successo il 5 maggio, resterà in scena al teatro Fontana di Milano sino al 21. Attori Claudio Castrogiovanni, Paola Maccaria e Giovanni Zola. Regia di Bano Ferrari). (Risposta ai quesiti: Otelli, 28; Romei e Giuliette, 36; Amleti, 45).

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