Il logorio dell’Amato potere
Interviste di Maurizio Zottarelli a Marco Martini, Enrico Castelli e Alberto Quadrio Curzio Riforme: con questa parola d’ordine Amato ha presentato il suo secondo governo che ai più sembrava un banale escamotage per evitare le urne. Invece, scatenando le ire di Cofferati, ha subito annunciato che l’obbiettivo è introdurre quelle riforme di flessibilità economica di cui il paese ha indispensabile bisogno. Ma come sottolineava un commento in prima pagina del Sole-24 Ore di mercoledì 3 maggio, “il riformismo di Amato dovrà essere da guinness dei primati, perché in 11 mesi dovrebbe essere incisivo, rapido e profittevole” in modo da salvare la Patria, stabile fanalino di coda del già ansimante treno economico europeo, e il centrosinistra dallo spauracchio di una Caporetto elettorale nel 2001. Dovrebbe cioè riuscire in tutto ciò che, con molto più tempo a disposizione e una maggioranza più forte, ha fallito D’Alema. Innanzitutto: quali le riforme più urgenti per rivitalizzare l’asfittico mercato del lavoro italiano? “Fondamentalmente quattro – spiega Marco Martini, ordinario di statistica economica alla Statale di Milano -. La prima dovrebbe legare i salari alla produttività su aree regionale, in modo da tener conto del costo reale della vita e della produttività media. Ma la Cgil è totalmente contraria perciò non credo che Amato riuscirà a farla. La seconda riforma dovrebbe riformulare le regole relative alle politiche del lavoro per le quali sono state fatte timide aperture alle iniziative non profit e private, ma inserendo una serie di vincoli che rendono impossibili la realizzazione di politiche del lavoro adeguate. Bisognerebbe integrare i servizi di orientamento, di informazione, di incontro domanda-offerta che la legge obbliga a tenere distinti e integrarli con i servizi di lavoro interinale. Ma anche in questo caso la Cgil fa forti resistenze. Il terzo punto riguarda la necessità di rendere più mobile il lavoro della pubblica amministrazione e degli ordini professionali. I tassi di mobilità e le forme di flessibilità delle aziende private sono infatti soddisfacenti e riguarda 10 milioni di dipendenti. Ma i 5 milioni di dipendenti della pubblica amministrazione sono nell’immobilità più assoluta e le resistenze corporative dei sindacati sono fortissime. Infine il lavoro part time: in Italia la percentuale di occupati sull’intera popolazione si aggira intorno al 50%, il 10% in meno della media degli altri paesi. Questo perché c’è una scarsa differenziazione delle forme di occupazione. Il part time, diffusissimo altrove, sarebbe una straordinaria occasione occupazionale per molti, ad esempio per le donne. Ma i sindacati sono sempre stati contrari e quindi non credo se ne farà niente”.
Stando così le cose, con Cofferati che ha subito fatto sentire la sua opposizione alle proposte di Amato, c’è da abbandonare ogni illusione di riforma? “Il governo Amato – è l’opinione di Enrico Castelli, giornalista economico di punta della Rai – è nato per fare le riforme, ma è necessario tener conto della realtà del paese. Gli ultimi dati sulla disoccupazione parlano di un miglioramento generale dell’area Ue con i senzalavoro che passano dal 9,5 al 9,4%, ma l’Italia mantiene il triste primato del maggior numero di disoccupati sotto i 25 anni: il 31,8% contro una media europea del 17,6% o il 4,5% dell’Austria. Mario Deaglio nel Rapporto del centro di ricerca Einaudi presentato a Torino mercoledì scorso osservava che “i giovani sono spesso privi di occupazione, perlomeno regolare e stabile, grazie a un sistema che aumenta il costo del loro lavoro per sostenere i redditi degli anziani”. In più, secondo uno studio dell’organismo bilaterale nazionale per la formazione costituito da Confindustria e sindacati, per la rigidità dell’istruzione “a differenza di quanto avviene negli altri paesi europei la percentuale dei laureati disoccupati non è molto inferiore dei disoccupati che dispongono del solo diploma di scuola media inferiore”. Si può cioè affermare che c’è in Italia un problema di malascuola, inteso come scarsa efficienza dell’apparato scolastico caratterizzata però dagli elevati costi. A una riforma del mercato del lavoro deve unirsi quella della formazione e dell’istruzione. Una sfida che il governo non può pensare di vincere cercando a tutti i costi un accordo al 100% con i sindacati. I sindacati hanno il compito di tutelare i lavoratori, ma il governo non rappresenta solo i lavoratori occupati nella grande industria, ma tutti. Ma può questo governo fare a meno dell’appoggio sindacale?”. Ecco la domanda decisiva per capire quali prospettive abbia il governo Amato.
La risposta di Alberto Quadrio Curzio, economista preside della Facoltà di Scienze politiche della Cattolica di Milano non lascia spazio a molte speranze: “Il sindacato italiano è uscito dal ruolo che gli sarebbe e ha assunto una posizione di potere pari a quella del governo e del parlamento entrando in tutte le decisioni politiche ed economiche e svolgendo un ruolo di freno a quelle innovazioni economico-istituzionali necessarie per rafforzare la crescita del Paese e dotarlo di quelle forme di sussidiarietà di cui ha bisogno: più spazio alle libertà contrattuali delle parti, più spazio alla società che il sindacato non può pensare di rappresentare in maniera esclusiva”.
Del resto Amato è salito al governo dopo il voto delle regionali che hanno avuto proprio il sapore del rifiuto di questa sinistra sindacale.
“Sì, ma bisogna distinguere – continua Quadrio Curzio -: nel caso della Lombardia, per esempio, si è trattato di un voto riformista, premiante la buona amministrazione che ha saputo sfruttare i ridotti spazi legislativi offerti alla sussidiarietà regionale attualizzandoli in pratiche di governo che hanno convinto gli elettori; altrove si è trattato di un voto contro il centrosinistra e il sindacalismo. Amato nel ’92 ha fatto cose importanti e penso che sarebbe stato molto più utile se avesse presieduto un governo di tipo istituzionale, di larghe intese, piuttosto che un esecutivo retto da una maggioranza precaria. Probabilmente non c’erano le condizioni politiche per farlo, ma in queste condizioni non credo si arriverà a grandi risultati. Già in occasione del Documento di programmazione eonomica e finanziaria dell’anno scorso Amato sosteneva l’urgenza di simili riforme e fu duramente attaccato dai sindacati. Perciò con il prossimo Dpef avremo una risposta definitiva sulle possibilità riformistiche di questo governo: per ora si tratta di scaramucce dialettiche a quel punto si tratterà di prendere decisioni concrete e si vedrà quali sono le reali intenzioni dell’esecutivo”.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!