Euro debole? Come l’Europa

Di Zottarelli Maurizio
17 Maggio 2000
Quattro ragioni per spiegare il crollo della moneta europea

Intervista di Maurizio Zottarelli a Simona Beretta I commentatori sembrano concordi nell’affermare che l’euro ha toccato il fondo. Meno d’accordo appaiono sulle ragioni di questa caduta vericale nei confronti del super-dollaro che giovedì 4 maggio ha toccato le 2.200 lire. Ritardi e difficoltà strutturali dell’economia europea rispetto a quella americana è il giudizio ricorrente. Sul Sole-24 Ore Antonio Marzano, economista e deputato di Forza Italia, ha indicato in cinque le ragioni che spiegherebbero l’attuale situazione: la maggior capitalizzazione del mercato azionario statunitense che pertanto attira più capitali di quelli europei; la maggior mobilità del mercato del lavoro che permette all’economia Usa di reagire meglio ai contraccolpi economici; un tasso di crescita europeo più basso di quello americano con maggiori rischi inflazionistici; infine i rischi, anche in caso di una forte crescita economica europea di vedere contemporaneamente aumentare i tassi di interesse più delle entrate fiscali con gravi ripercussioni per quei paesi (come l’Italia) con un forte debito pubblico.

“Sono d’accordo con Marzano per quanto riguarda il primo punto – spiega Simona Beretta, docente di economia internazionale e monetaria all’Università Cattolica di Milano -: prima della creazione dell’euro, gli investitori europei che volevano diversificare i loro investimenti potevano operare su un ventaglio di valute che includeva tutte le monete europee; oggi quegli investimenti sono confluiti tutti nell’euro e gli europei che vogliono mantenere il grado di diversificazione precedente non possono che investire in monete extraeuropee, ovvero, di fatto, in dollari. Già questo solo fatto spiega la debolezza dell’euro, visto che i tassi di cambio sono determinati sui mercati finanziari e, in più, spiega anche la forza della sterlina, moneta europea ma fuori dall’euro. La debolezza strutturale dell’Europa certamente è un fatto, ma non una spiegazione perché esisteva anche prima dell’euro, ma il marco era forte ugualmente. Semmai l’unione monetaria ha esacerbato i problemi esistenti”.

E’ solo un problema di mercati finanziari, dunque? “Ci sono anche altre ragioni. Per esempio, l’euro è stato creato, ma fisicamente non c’è ancora. E’ ovvio che gli investitori, in attesa che la nuova moneta circoli fisicamente, mostrino una certa cautela. Un terzo motivo è legato al fatto che l’Unione europea stessa è in fase di compimento, non ha ancora trovato tutte le risposte ai suoi problemi né le sue scelte sono sempre coerenti con le risposte che si dà. Per ora, cioè, siamo di fronte a un’entità monetaria cui non corrisponde un’adeguata entità politica e tutto ciò ha il suo peso. Certamente poi vanno considerati tutti i problemi strutturali dell’Europa: il forte disavanzo pubblico di alcuni paesi, la rigidità del mercato del lavoro, ecc. A questo proposito però va anche detto che, come osservato anche recentemente da Richard Freeman del NBER, non è detto che il modello europeo sia inferiore a quello anglosassone e debba necessariamente convergere ad esso; i due modelli sono molto diversi quanto a distribuzione dei costi dell’adeguamento alla competizione globale, ma non quanto ad efficienza complessiva”.

Quindi le prospettive dell’euro non sono disastrose come appaiono…
“I problemi ci sono, ma l’Europa ha certamente potenzialità e ricchezze che con il tempo non potranno non lasciare traccia. La grande scommessa sarà riuscire a far seguire all’unione monetaria anche una leadership politica reale perché, se una volta si diceva che dietro alla moneta serve la spada, oggi potremmo dire che per diventare moneta di riferimento è necessario avere una identità politica. Allora l’euro diventerà una moneta interessante per gli investitori”.

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