Al lavoro o al mare.Il 21 Maggio non votare.
Giuliano Ferrara consiglia di non cadere in tentazione, “né al lavoro, né al mare” titola gioioso, “si vota’, la tua parola sia “sì, sì”, “no, no”, tertium non datur, conclude evangelicamente: “c’è un resto che viene dal Maligno”. La schietta e semplice colomba Ferrara dimentica che nel Vangelo sta anche scritto: “Siate astuti come serpenti”.
Per questo ci permettiamo di dissentire dal nostro amico e proporre un “astensionismo attivo”, che come ha ben inteso il socialista Lello Lagorio, equivale a un “no” limpido e secco. Come siamo arrivati a queste conclusioni dopo aver scritto, non più di un paio di mesi orsono, che bene avrebbe fatto al nostro paese, politicamente e socialmente ingessato, la grandinata di referendum pannelliani? Provando a essere semplici come colombe e astuti come serpenti, ci siamo arrivati per la via maestra dell’osservazione insistita dei fatti. Da questa osservazione abbiamo tratto le seguenti conclusioni.
Primo. Quasi fossero stati concepiti come fini a sé stanti e non come passo verso la ri-costruzione del Paese, i referendum sono diventati strumento di ricatto di pochi illuminati nei confronti di più o meno sinceri, ma realmente liberali e politicamente popolari, compagni di viaggio. Sono stati trasformati in un esercizio professorale di una élite (e in un delirio di onnipotenza della coppia Pannella –Bonino) che ha giocato al rialzo per incardinarsi da protagonista nel quadro politico italiano. Tutto ciò come se D’Alema e Berlusconi si equivalessero, come se non ci fosse alcuna differenza tra una cultura dell’autorità antiliberale e antilibertaria e un’opposizone che, con tutte le sue contraddizioni, ha dimostrato di perseguire una generosa unità d’intenti, sacrificando opinioni e personalismi, mettendo sulla stessa lunghezza d’onda forze a tratti così diverse come Forza Italia, An, Lega, associazioni cattoliche, per conseguire il fine, primario in questo momento storico, di battere un regime liberticida. Sia ben chiaro, in queste osservazioni non c’è lo scandalo moralistico dell’incoerenza, c’è un bilancio di una stagione politica e delle sue conseguenze attuali: se i referendum raggiungessero il quorum, sarerebbe un successo politico di questo governo, rallenterebbe la locomotiva del 16 aprile, darebbe ossigeno al già estenuato Amato, premier di un esecutivo cartavelina del cupo e fallimentare D’Alema. Insomma: non occorre praticare “il culturismo dell’adulazione”, come maliziosamente insinua il direttore del Foglio, per ritenere la ragionevolezza dell’osservazione di Silvio Berlusconi, secondo cui “La sinistra usa questo referendum elettorale in modo strumentale, il raggiungimento del quorum verrebbe sventolato come una vittoria su di noi”.Ma c’è una seconda e decisiva ragione che ci sconsiglia di andare alle urne, e questa è di merito, attinente a tutti i gravi problemi sollevati dai quesiti referendari (da quelli che riguardano il lavoro a quelli sulla separazione delle carriere dei magistrati, a quello cruciale, del sistema elettorale) che devono diventare oggetto di discussione e di riforma. Dire no ai referendum, significa rammentare anche al presidente Ciampi che è inutile continuare a fare orecchi da mercante: il 16 aprile è successo un terremoto. Sarebbe ridicolo e foriero di ulteriori inutili perdite di tempo, che su questioni così decisive per il destino politico, sociale, economico di questo paese, si pronunciasse questo formalmente legale e sostanzialmente illegittimo parlamento che non gode più il consenso del popolo.
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