Investire in Italia?
Ennesimo campanello di allarme per l’economia italiana, che governativi e simpatizzanti del governo continuano a dare in prorompente e inarrestabile crescita: secondo i dati della Banca Mondiale l’Italia risulta essere uno dei paesi meno attraenti per gli investimenti dall’estero. Fa infatti parte del ristretto gruppo di paesi industrializzati in cui gli investimenti esteri diretti (Fdi nell’acronimo inglese che sta per Foreign direct investment) nel corso degli anni Novanta sono diminuiti anziché aumentare, e fra essi è la maglia nera. Fra il 1990 e il 1998, infatti, gli investimenti esteri sono nettamente aumentati in quasi tutti i paesi avanzati: in Francia e Gran Bretagna sono più che raddoppiati, in Germania sono sestuplicati, in Finlandia sono addirittura andati moltiplicati per 13. Solo in Spagna, Portogallo e Italia sono diminuti, ma nel nostro paese più che altrove: mentre spagnoli e portoghesi hanno perso il 20-30 per cento degli investimenti che erano entrati nel paese, gli italiani hanno visto fuggire più della metà dei capitali che erano presenti. Fra gli 11 paesi dell’Ue per i quali esistono dati aggiornati, solo il Portogallo registra una quantità di investimenti esteri inferiore al dato italiano, che è l’equivalente di 2.635 milioni di dollari. L’Irlanda, con una popolazione 15 volte inferiore a quella italiana, riceve investimenti superiori a quelli dell’Italia! Anche per quanto riguarda il peso degli investimenti sul pil nazionale l’Italia è in coda: il nostro 0,2 per cento è battuto solo dal Giappone, la più chiusa fra le economie di mercato, che segna 0,1 per cento. E tuttavia nel paese del Sol levante gli investimenti esteri sono quasi raddoppiati nel corso degli anni Novanta, mentre da noi si dimezzavano. Negli altri paesi del G7 l’incidenza sul pil sta fra lo 0,9 per cento della Germania e il 5 per cento del Regno Unito.
Sulle cause dello scarso afflusso, anzi del saldo negativo, degli investimenti esteri in Italia è inutile spendere energie: sono quelle che abbiamo accennato già tante volte illustrando i vari indicatori critici dell’economia italiana. Ci limitiamo qui a sottolineare le conseguenze: poco investimento estero diretto vuol dire minore integrazione nei mercati mondiali, maggiore difficoltà ad aggiornarsi dal punto di vista tecnologico, un’incidenza negativa sulle capacità di esportazione (come dimostrano studi empirici su Austria, Giappone e Stati Uniti) e maggiore esposizione alle fluttuazioni dei capitali internazionali speculativi. Insomma, la premessa per un lento (ma neanche tanto) declino.
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