Fatima e l’uomo verme del genoma: chi è il vero scienziato

Di Tempi
05 Luglio 2000
La battaglia di tempi della settimana

Un disegno misterioso ha voluto che lunedì scorso coincidessero due rivelazioni epocali di segno apparentemente opposto: quella del testo completo del “terzo segreto di Fatima”, drammaticamente centrato sul martirio usque ad perfusionem sanguinis della Chiesa, che può
essere inteso come realtà
contemporaneamente passata, presente e futura; e quella della sequenza del genoma umano, ovvero la mappa dei 3 milioni e 300mila caratteri del Dna genetico, che solleva il velo sui segreti della vita umana. A prima vista i due messaggi non potrebbero suonare più lontani:
mentre gli scienziati “aprono il grande libro della vita”, come hanno ripetuto i media usando tutti la stessa immagine, la Chiesa parla della morte, e della peggiore di tutte: la morte per mano assassina. Il passo successivo e ragionato del parallelo, però, ribalta i termini: pur disponendo finalmente del libro della vita tutto intero, gli scienziati non possono promettere agli uomini altro che un rinvio della morte;
invece la Chiesa evoca la morte dei suoi figli prediletti per annunciare la speranza della vita eterna. Un altro passo nella riflessione, e di nuovo le prospettive si intersecano: la Chiesa non è in grado di dimostrare scientificamente, con un modulo logico-matematico, che la sua speranza corrisponde a una certezza; la scienza comincia a intravedere all’orizzonte la possibilità di una strana vita eterna individuale su questa terra, fondata sull’ipotetica replicabilità del genoma di ciascuno e sull’identificazione fra il sé e le informazioni del genoma.

Certo, come sono possibili modi diversi di accostarsi al terzo segreto di Fatima, così si danno approcci diversi, addirittura contrapposti, della grande scoperta scientifica degli ultimi anni.

Per un Bill Clinton che esprime il suo umano stupore dichiarando “stiamoimparando il linguaggio di Dio creatore”, c’è un David Baltimore, genetista Nobel per la medicina, che sul quotidiano La Stampa scrive:
“Questa scoperta dovrebbe essere la fine dell’idea della creazione”.

Perché? Perché “i nostri geni appaiono come quelli degli insetti, dei vermi e perfino delle piante… il genoma mostra che tutti noi discendiamo dallo stesso umile inizio… per il numero dei geni umani la stima di 50mila mi sembra ragionevole. E questa non sembra così lontana dalla stima del numero di geni di una mosca (14.000) o di un verme (18.000)”. È questo dunque l’uomo a cui la scienza è sul punto (fra 100 anni?) di offrire una faustiana vita eterna terrestre: un verme, una mosca.

Senza nemmeno il presentimento che dietro un’evoluzione lunga 4 miliardi di anni, che dalla polvere delle stelle è
arrivata al verme col suo genoma bisognoso di mezzo milione di pagine per essere trascritto, e dal verme a Michelangelo, Shakespeare e Beethoven, ci siano un’Intelligenza e un Amore che non si rivelano con l’imposizione, ma si propongono alla libertà intelligente di chi si sa stupire di fronte allo spettacolo grandioso della vita e della sua origine.

Questo è il dramma dell’umanesimo nichilista di oggi:
che nel momento stesso in cui l’uomo conosce l’uomo con una profondità
senza precedenti, perde in realtà ogni conoscenza di sé, della realtà e del suo significato.

Perché stacca l’io dal rapporto che lo fa. E allora tre pastorelli che chiedono di far penitenza diventano gli scenziati più grandi di tutti.

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