Un calcio all’Europa

Di Roberto Perrone
28 Giugno 2000
Germania vecchierella canuta e stanca. Francia multiculturale poco corretta. Inghilterra, o del pieno di birra fino alla prossima rissa. Belgio terra di nessuno e Olanda che festeggia cantando funiculì, funicolà. Diario dagli europei di un molto inviato speciale del Corriere della Sera

Bruxelles. Come si fa a capire l’Europa? Con l’Euro, moneta flaccida che non piace a nessuno? Per favore. Attraverso l’immagine di Romano Prodi presidente dell’Unione, pure lui dall’aspetto non proprio esaltante? Ma mi faccia il piacere. Gustando la cucina internazionale con attenzione al territorio che Vissani (per ora, poi ritornerà il mitico Michele Persichetti, chef del Cavaliere) prepara per i vertici dei capi di governo? Parla come magni. La via più larga è la solita, il caro vecchio calcio, l’unica lingua universale, per cui se un ceco ti manda a quel paese dalla panchina, l’arbitro capisce al volo e lo espelle. é successo al nostro Kojak-Collina che, come Lando Buzzanca in un leggendario film degli anni ’70, ha studiato gli insulti in 65 lingue.

Pensione Germania.

Per capire l’Europa bisogna farsi un giro dietro le quinte dell’Europeo di Belgio e Olanda. Innanzitutto questa è un’Europa stretta, che ci si sta in pochi, tutti ammassati l’uno sull’altro in stadioli piccoli e lacunosi. Quelli che dicono che c’è posto per tutti dovrebbero cominciare a muoversi con il righello e fare un po’ di misurazioni. é un’Europa dove si mangia male, con tanti surrogati e troppi intingoli, un’Europa dove il parmigiano si chiamerà Parme-san e il prosciutto di Parma lo faranno in Belgio con la diossina (realtà romanzesca: è già successo).

E’ un’Europa vecchia, basta guardare la Germania che si presenta con Lotharone Matthaeus (39 anni) che giocava nell’Inter dell’ultimo scudetto: pare che sia accaduto tra la prima e la seconda guerra punica, gli storici non sono d’accordo, come sempre. Lotharone, che si sentiva solo, si è portato dietro Thomas Haessler (34 anni) che sembrava un bambino quando arrivò in Italia nel 1990 per giocare nella Juve del simpatico Maifredi. Sembra un bambino ancora adesso – abbiamo capito che è per l’altezza – però attorno agli occhi c’ha le rughe. La Germania è lo specchio della vecchia Europa: è anziana, in disarmo, senza prospettive, anche se sempre temibile perché quando sembrano finiti tirano fuori il carro armato dalla foresta (vedi Ardenne, qui a due passi). Più che una squadra di calcio è una comitiva di pensionati alle Canarie, con tanta voglia di passare al sole gli ultimi anni di vita: il c.t., Erich Ribbeck, in effetti, si era ritirato proprio a Tenerife, famosa per i campi da golf, prima che lo richiamassero in servizio: i cinque della lista prima di lui avevano rifiutato la convocazione.

E’ vero che non c’è spazio, e infatti più che stringerci, noi vecchi europei, spariremo. Tra breve lasceremo il posto agli arabi, ai turchi, a chi arriva da sud con la voglia di riempirsi la pancia e di fare figli. L’Islam giocherà anche a pallone, prima o poi. Il c.t. tedesco ha detto che non ci sono giovani talenti. Non ci sono giovani, piuttosto.

Francia afro-caraibica e Belgio euro-bigio.

L’Europa inevitabilmente multi-razziale, comunque, la si comprende meglio leggendo la formazione della Francia che, dal punto di vista delle rivoluzioni epocali, è avanti a tutti. Infatti gioca con quattro punte provenienti (come nascita o come sangue) dai quattro angoli del mondo: Zinedine Zidane è algerino, Youri Djorkaeff è armeno, Nicholas Anelka viene dalla Martinica e Henry dalla Guadalupa; la riserva Wiltord arriva dalle Antille Francesi. E dietro sono ancora più variopinti: il treccioluto Karembeu è volato dalla Nuova Caledonia, Thuram ha parenti (pure lui) della Guadalupa, Vieira è nato in Senegal, Desailly in Ghana. Allons enfants de la patrie. é un’Europa ingannevole, però.

Apparentemente senza confini, nel senso che puoi passarla da parte a parte senza accorgerti di cambiare nazione, mantiene però antiche divisioni. Il Belgio è diviso tra Valloni e Fiamminghi: ad Anversa, la capitale fiamminga, se parli in francese ti rispondono in inglese, piuttosto che parlare la lingua di “quelli di sotto”: non vedono l’ora, poi, di impalare il simpatico Robert Waseige, il primo c.t. del Belgio non fiammingo. Finora ha fatto bene, ma gli altri lo guardano con riserva. Più della tattica lo frega il certificato di nascita (è di Liegi). E poi le monete restano ancora quelle vecchie provocando spiacevoli equivoci. Col fatto che qui la benzina è tutta “fai da te”, prima ti riempi il serbatoio e poi, al momento di pagare, non ti accettano i franchi belgi se sei in Olanda o viceversa. Beccato più di un giornalista italiano mentre che puliva i vetri delle auto in un autogrill lungo l’autostrada o, disperato, cercava di succhiare via il diesel dal serbatoio con una cannuccia, per restituirlo al padrone della stazione di servizio.

Hooligans birra&bermuda.

Non è vero che siamo tutti uguali. Esaminiamo il fenomeno hooligans, o comunque quello della migrazione dei tifosi. Non è che da noi l’ultrà sia un vecchio gentiluomo con la villa in collina e i levrieri. Tutt’altro. é un fetente come quello inglese, o svedese, o turco, ma con una differenza. Non segue la nazionale all’estero. é diverso il modo di concepire la vita. L’inglese (ma anche il nordico in genere) parte con una confezione di sei lattine di birra (per i primi cinquanta chilometri poi si ferma per i rifornimenti), una maglietta e un paio di bermuda. Per due o tre giorni non gli occorre altro. Non ha un posto dove dormire, non mangia se non in postacci immondi, se ha caldo si butta in una fontana, bivacca in mezzo alla strada. Il tifoso italiano vuole l’albergo in centro con l’aria condizionata (Tutto pieno? Allora sto a casa), parte con una valigia piena di vestiti (no sai, eventualmente si andasse in un ristorante come si deve e, soprattutto, si cuccasse), si muove con la Michelin sotto il braccio (ho prenotato nel miglior ristorante della città, due stelle e quattro forchette), la birra, in generale, lo gonfia un po’ (prendo un Sancerre bello fresco, del ’95, grazie). Ne discende che, a vedere l’Italia, quelli che partono dall’Italia sono pochissimi.

Gli italo-portoghesi.

Però italiani ne trovi ovunque (è un’altra caratteristica dell’Europa) e qualcuno che riempie gli stadi c’è sempre. Unica caratteristica in comune tra l’hooligan e l’uligano: entrambi non si preoccupano dei biglietti. Il primo sfonda i cancelli, il secondo trova sempre il cugino del fratello dello zio di Gigi Riva che glieli fa avere. é un’Europa che storpia le tradizioni e si concepisce all’ingrosso: il momento più triste della spedizione l’ho vissuto in una sera di solitudine ad Arnhem. Tornato nel mio alberghetto sul Reno ho acceso la Tv e ho visto gli olandesi che festeggiavano una vittoria al ritmo di una canzone che mi sembrava di conoscere. Poi ci sono arrivato: era “funiculì, funiculà” tradotta in puro dutch. Eh no, l’Europa all’ammasso ve la tenete. Chiediamo il copyright almeno per pizza, spaghetti e mandolino.

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