Diario di un Taxi Driver

Di Tempi
21 Giugno 2000
Posteggio il taxi, arriva una ragazza marocchina con il volto pestato, mezza sbandata, sale sulla macchina e mi chiede di portarla a Monza...

Il mio amico e collega Beppe mi ha suggerito di raccontare a Tempi questo episodio accadutomi a Milano.

Ore 10, Milano, largo Treves. Posteggio il taxi, arriva una ragazza marocchina con il volto pestato, mezza sbandata, sale sulla macchina e mi chiede di portarla a Monza senza sapermi dire a che indirizzo. Naturalmente non ha i soldi, ma mi chiede di accompagnarla comunque. Io parto, mi sto dirigendo verso Monza, quando la ragazza, già visibilmente sconvolta oltre che in uno stato di indigenza, all’altezza di via Melchiorre Gioia si mette a gridare contorcendosi sui sedili. Decido di portarla all’ospedale Fatebenefratelli, ma lei rifiuta il ricovero e risale sul taxi. Riparto allora per Monza, più preoccupato di prima. Chiamo Beppe per farmi dare un consiglio sul da farsi. Poi chiamo il 113 per farmi indicare un posto dove far ricoverare la mia passeggera o comunque dove possano prendersi cura di lei, per non lasciarla in mezzo alla strada. Lei nel frattempo non la riconosce neppure, la strada. Arrivato a Sesto Rondò, vedo un’ambulanza e mi fermo per chiedere aiuto ai lettighieri. Alla fine non riesco a fare altro che lasciare la ragazza alla stazione della metropolitana di Sesto.

Ora, è vero che ciascuno ha le proprie responsabilità e anch’io avrei potuto portarla almeno fino a Monza, ma mi chiedo come è possibile che la legge riconosca la presunta libertà di drogarsi e non quella di curare. Forse dipende dal fatto che ormai la libertà è ridotta a un’opzione del fare, così la società può lavarsene le mani e dire che la responsabilità di un gesto insano è di chi lo commette.

Abbiamo i Not, i centri di accoglienza, le comunità, ma se uno dice di no mentre si trova oggettivamente in condizioni di incoscienza non lo si può neppure ristorare finché la droga finisca il suo effetto. Così uno è lasciato in balia di se stesso.

Bisognerebbe che fosse chiaro, almeno in chi non si droga, che ridursi in quello stato non è libertà e poi ci vorrebbero luoghi adeguati – chiaramente non un pronto soccorso – dove chi si trova in condizioni oggettivamente disperate a causa della droga possa trovare ristoro e ricovero, e magari pure abiti puliti.

Secondo me il primo problema della droga è proprio che viene considerata tutto sommato come un male inevitabile, che si può solo tollerare; forse se fossimo meno fatalisti uno avrebbe più probabilità di smettere.

Un fraterno grazie a tutti voi.

Ciro Pica, Milano.

P.s. La ragazza usciva dalla Questura in via Montebello.

Carissimo taxi driver, qui c’è l’esempio delle persone che solo possono supplire allo scempio che i padroni del politico corretto stanno facendo della società. Dicono che è di destra obbligare i tossici a curarsi, consentire alle forze dell’ordine di fare il loro mestiere, non scaricare sulla magistratura il buon senso di un’azione civile che nella stragrande maggioranza dei casi viene paralizzata proprio da quegli stessi formalismi di legge che sembrano fatti apposta per il sabato e non per l’uomo.

Guardatevi in giro e prendete appunti. Capiterà a chiunque di sperimentare che è grande la potenza del male. Ma Dio c’è e si vede nel primo che vi viene incontro asciugandovi le lacrime non con fiori, ma con opere di bene: medicina, scuola, lavoro, comunità, associazioni. E per una volta lasciateci parlar bene di questo governo che non c’è, che in un emendamento sulla nuova legge di ordine pubbligo obbliga (o meglio, dovrebbe obbligare, dato che non si sa ancora se e come poi verrà attuata) il tossico che delinque a scegliere se andare in carcere o in una comunità di recupero.

Ricordate Muccioli: non è libertà lasciare che una persona, tossicodipendente o mentalmente sofferente, che non è più in grado usare adeguatamente la propria volontà e libertà, sia ipocritamente e solitariamente lasciata “libera” di autodistruggersi e di distruggere.

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