Dal mondo 27

Di Tempi
12 Luglio 2000
Per un dinosauro che se ne va, uno che torna e un altro che resta al suo posto. Si potrebbe riassumere così la settimana politica internazionale che ci lasciamo alle spalle, coi suoi storici appuntamenti elettorali in tre paesi dominati da tempo inenarrabile da regimi o uomini forti apparentemente inamovibili: Messico, Mongolia e Zimbabwe.

Elezioni in tre continenti: dinosauri che vanno, dinosauri che vengono.

Per un dinosauro che se ne va, uno che torna e un altro che resta al suo posto. Si potrebbe riassumere così la settimana politica internazionale che ci lasciamo alle spalle, coi suoi storici appuntamenti elettorali in tre paesi dominati da tempo inenarrabile da regimi o uomini forti apparentemente inamovibili: Messico, Mongolia e Zimbabwe.

Finisce in una lattina di Coca Cola il Jurassic Park messicano.

Il dinosauro che se ne va è quello messicano, incarnato dal Pri, il Partito rivoluzionario istituzionale ininterrottamente al potere dal 1929. Quello del Pri è stato un regime a partito unico di fatto anche se non a livello formale: inaugurato col massacro dei cristeros che avevano deposto le armi dopo la storica rivolta, il potere del Pri si è mantenuto attraverso i decenni grazie al totale controllo della macchina dello Stato, di modo che nessuna delle elezioni che si sono tenute dopo la sua prima ascesa al potere è stata realmente libera, e quella presidenziale del 1988 una vera e propria truffa. Il 2 luglio scorso gli elettori messicani hanno deciso che 71 anni di governi e presidenti “rivoluzionari” erano stati abbastanza: il candidato governativo Francisco Labastida si è dovuto accontentare del 35% dei voti, mentre lo sfidante Vicente Fox del Partito di Azione nazionale (Pan) ha sfiorato il 44% e conquistato la presidenza. Per molti anni si è discusso sull’identità ideologica, al di là della nota matrice massonica, del Pri: partito della sinistra radicale, delle nazionalizzazioni e della riforma fondiaria, o partito neo-liberista complice dell’imperialismo Usa, come lo vede il sub-comandante Marcos? Votando in massa il candidato del centro-destra fautore dell’economia di mercato, nonché dirigente della concessionaria messicana della Coca Cola, che al Pri si opponeva gli elettori messicani hanno dato una risposta inequivocabile.

Torna di moda la stella rossa nel paese di Gengis Khan.

Dinosauro di ritorno è invece il Partito rivoluzionario del popolo mongolo, che dopo aver perduto le elezioni del 1996 dopo 72 anni di potere ininterrotto a vantaggio di una coalizione di partiti centristi appoggiati dall’Occidente (25 seggi il primo, 50 i secondi), il 1° luglio è tornato in sella con una vittoria elettorale a valanga: avrebbe conquistato 72 dei 76 seggi a disposizione. Le liti, gli scandali e l’incompetenza all’interno della coalizione di governo, culminati nell’assassinio del leader di uno dei partiti principali nel ’98, hanno spianato la strada al ritorno degli eredi del partito comunista che nel mondo ha mantenuto il potere più a lungo dopo il Pcus: coi 73 anni di dominio assoluto fra la rivoluzione del 1917 e l’ascesa al potere di Boris Eltsin nel 1990, il Partito comunista dell’Unione Sovietica detiene un record che non sarà facile scalzare.

Giovani dinosauri crescono: lo strano caso del tirannosauro Mugabe.

Benché sia al potere “solo” da 20 anni, anche il deploratissimo presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe con la sua retorica anti-imperialista stile anni Settanta ha tutta l’aria di un dinosauro. A leggere la stampa europea, e soprattutto quella anglosassone, parrebbe che le elezioni politiche in Zimbabwe del 24-25 giugno u.s. le abbia vinte il partito di opposizione e perse il suo partito, lo Zanu-Pf. Ma la presunta débacle dei governativi è piuttosto un’illusione ottica: non solo lo Zanu-Pf ha conquistato 62 dei 120 seggi in palio (contro i 57 dell’Mdc, il neonato Movimento per il cambiamento democratico), ma ad essi andranno ad aggiungersi altri 30 seggi assegnati direttamente dal presidente (20) e dai capi tribali (10) infeudati al potere esecutivo.

Tutto cambia perché
tutto resti come prima nello Zimbabwe.

Il grande successo dell’opposizione e il grande smacco di Mugabe starebbero essenzialmente in due fatti: che per la prima volta dal giorno dell’indipendenza del paese (nel 1980) l’opposizione si troverà a disporre in parlamento di oltre un terzo dei seggi complessivi e che la mancata acquisizione della maggioranza dei due terzi impedirà al presidente di manipolare a suo piacimento la Costituzione, come aveva fatto negli ultimi anni introducendo disposizioni come quelle che hanno reso espropriabili senza indennizzo le fattorie commerciali dei coloni bianchi e come quelle che hanno permesso al presidente e ai capi tribali di nominare complessivamente 30 deputati. Per un paese dove ancora nel 1990 si progettava di istituire il partito unico e dove nel febbraio scorso si è svolto un referendum nel quale è stato respinto di stretta misura un progetto di Costituzione che attribuiva poteri esorbitanti al presidente, la svolta è certamente notevole. Ma potevano le cose andare diversamente da come sono andate? Poteva Mugabe far conto su di un risultato diverso? No. Nel suo proprio interesse, Mugabe non poteva fare altro che pilotare quello che alla fine è stato il risultato ufficiale.

Brogli elettorali in dosi omeopatiche per far contenti gli odiati occidentali.

Secondo tutti i sondaggi indipendenti, se le elezioni fossero state regolari l’opposizione avrebbe dovuto conquistare almeno 70 seggi. Ciò avrebbe significato che lo Zanu-Pf avrebbe mantenuto la maggioranza parlamentare solo grazie ai seggi di nomina presidenziale. Mugabe sarebbe risultato di fatto delegittimato e il clima di guerra civile strisciante nel paese si sarebbe appesantito. Evitare questa situazione con brogli su larga scala, tali da garantire ancora una volta la maggioranza dei due terzi allo Zanu-Pf, avrebbe aggravato il guaio anziché risolverlo: l’Unione Europea e il Commonwealth non avrebbero accettato il risultato e avrebbero colpito lo Zimbabwe con sanzioni internazionali. Da qui l’inevitabile via di mezzo: brogli limitati per garantire allo Zanu la maggioranza assoluta e una legittimità internazionale tanto preziosa quanto riconosciuta malvolentieri. Ma proprio per quanto riguarda le reazioni internazionali la strategia di Mugabe si è rivelata azzeccata: il presidente ha sempre saputo che nessun paese o gruppo di paesi ha intenzione di impegnarsi in un braccio di ferro con lo Zimbabwe se non trascinato contro voglia, e la Gran Bretagna, patria dei 100 mila coloni ancora residenti nel paese africano, meno ancora degli altri. Perciò un risultato “aggiustato”, che permettesse allo Zanu di mantenersi al potere e all’Mdc di fare bella figura, sarebbe stato accolto in tutte le capitali occidentali con un sospiro di sollievo. Così è stato.

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