Una sinistra un po’ allampanata sgrida il Papa. Ma i carcerati no

Di Tempi
19 Luglio 2000
La settimana di Tempi

I giorni dell’orgoglio.

Maledetta sia la premessa. Perché è nella premessa che si annida l’ipocrisia. Il venenum, molto più che nella coda, sta infatti a volte nell’anticamera, in quel mettere le mani avanti per giustificare ogni cosa si dica o si faccia. E s’è visto in questi giorni di orgoglio. Orgoglio omosessuale, orgoglio ritrovato della sinistra alpotere, orgoglio clericale di preti che si vantano della loro libertà dalla chiesa senza accorgersi del loro asservimento al mondo, preti ai quali ha dato risposta definitiva il grande teologo cecoslovacco Joseph Zverina oltre trent’anni fa: è facile riconoscervi – diceva – nel vostro conformarvi alla mentalità di questo mondo, perché la fate in modo zelante, ma sempre in ritardo. Ma si diceva di una premessa, l’abbiamo letta e riletta, sentita e risentita in questi giorni, e suono grosso modo così: il Papa, che fa benissimo a fare il suo mestiere, ma quei politici che ne subisono i diktat; oppure: il Papa ha tutto il diritto di criticare, ma… ; o ancora: l’Italia si dovrà abituare, adesso che non c’è più la Dc, all’intervento diretto della Chiesa sulle questioni… ma il rispetto dovuto al Papa deve tener presenti le esigenze della laicità dello Stato; o piuttosto: comprendiamo l’amarezza del Papa per il gay pride, ci batteremo sempre per la sua libertà d’espressione, comprendiamo men o il suo ostinarsi a ritenere Roma una città particolare in virtù del suo essere “cara al cuore dei cattolici di tutto il mondo”; e che dire del: il Papa esercita un suo diritto, diverso è il ruolo dei politici italiani. Insomma, par di capire da queste premesse quale sia il nuovo mestiere del Papa: parlare, parlare e ancora parlare, ma non si sogni per favore di trovare qualcuno che lo ascolti. Eserciti pure il suo diritto, ma non si curi delle conseguenze delle sue parole, quelle non gli competono. E’ la stampa, bellezza. Cioè il mondo di immagine costruito per supportare e allontanare chiunque dal vero potere. C’è gente che venderebbe la madre per un titolo, alla Chiesa, al Papa, ai Vescovi in questo anno giubilare sono dedicate centinaia di dirette televisive, prime pagine, inserti speciali, libri… non basta tutto questo? Oltre all’ossequio questo Papa pretende anche la sequela? Ma se non ci ancora chiesto scusa! C’è un’evidente debolezza di ragioni in questa ostentazione di forza. E una evidente misconoscenza dei dati di fatto. Quella realtà prestando attenzione alla quale solo è possibile, per approssimazione, avvicinarsi alla verità. E invece no: la Chiesa è per definizione oscurantista, il suo pensiero necessariamente retrogado, la sua morale inevitabilmente oppressiva, la sua azione liberticida. Poco importa se, come ha fatto notare Vittorio Messori sul Corriere della Sera di lunedì 10 luglio, “da decenni prosegue nella Chiesa una riflessione che si è espressa anche in encicliche, in documenti di congregazioni vaticane e di conferenze episcopali , nonché in molti discorsi di Giovanni Paolo II”. Poco importa se il Papa esprimendo la sua amarezza legge un paragrafo del catechismo della Chiesa universale dove si parla di “rispetto”, “incomprensione”, “ingiusta discrimanzione”. Poco importa se a curare i malati di Aids omosessuali o no, siano in tutto il mondo soprattutto associazioni cattoliche. Poco importa se il Papa a San Francisco nel 1987 – è ancora Messori che scrive – “ha parlato a questi malati inducendo alle lacrime i presenti, molti dei quali militanti del movimento gay più radicale”. Poco importa. Non si azzardi Giovanni Paolo II a rivendicare attenzioni particolari per la città di Roma durante l’anno Santo del 2000, non ha letto Eliot? Non sa che la Chiesa è “la Straniera”? Non ricorda di aver detto che i cristinai in questo mondo sono dei “senza patria”? E se non c’è patria, come può esserci una sua capitale da rispettare? Rimpiange forse lo Stato Pontificio? Tutti lì, col ditino alzato a spiegare al Papa com si sta al mondo. E intanto non si sono accorti, lo scrive solo Antonio Socci sul Giornale, che in Israele il governo “non ha concesso la città di Gerusalemme al Gay Pride di quell’area, ma ha dirottato tutto a Tel Aviv”.

Il Papa? L’unico vero amico.

E poi il Papa va in carcere. E chiede tre volte clemenza. E a molti vien voglia di ripensarci su. E non si ricordano, questa volta loro, di aver letto Eliot, quando, sempre parlando della Straniera, dice che è dura dove gli uomini la vorrebbero tenera e dolce dove gli uomini la vorrebbero inflessibile. E la destra si scambia con la sinistra, e chi applaudiva prima ora rimprovera. Il risultato, per ora, non sembra cambiare. La Chiesa non ha ottenuto quella che sembrava una risposta di buon senso a una richiesta di buon senso: posticipare di qualche mese il Gay Pride romano, né, finora, ha visto esaudita la sua invocazione di un gesto di clemenza nei confronti dei prigionieri di tutto il mondo. Ma si sarebbe ingiusti a non voler riconoscere almeno la nostalgia di sincerità che alberga in molti degli omaggi pubblici tributati a Giovanni Paolo II, il quale, amareggiato com’era e sfinito nel fisico, ha detto ai galeotti di Regina Coeli: “Mi presento a voi come testimone dell’amore di Dio. Vengo a dirvi che Dio vi ama… Vorrei potermi mettere in ascolto della vicenda personale di ciascuno” per sentirsi rispondere: “Nel giorno del nostro giubileo vogliamo dire a tutti che ci venga data la possibilità di vivere con la dignità di esseri umani e non ci venga tolta la speranza di una vita diversa e migliore”.

L’amnistia, si sa, è gesto estremamente impopolare. Concederla dimostrerebbe quel coraggio quella ragionevolezza e quel “potere” che i nostri governanti hanno tanto timore di perdere, ma che dimostrano di non sapere usare, o di non avere.

P. S. Intervistata dal settimanale Sette del 6 luglio scorso suoi suoi “anni della gavetta”, Daniela Santanché, consigliere della Provincia di Milano per An e animatrice del salotto più rampante del capoluogo lombardo, alla domanda sull’educazione di suo figlio risponde: “Io ci tengo a vestire mio figlio in un certo modo, perché lo voglio educare al bello. Quando era piccolino lo portavo in giro su una carrozzina monumentale comprata a Londra per quattro milioni”. Commentando gli incendi che stanno facendo scempio dei boschi italiani, Stefano Zecchi, sul Giornale di sabato 9 luglio, ha scritto: “E’ l’assenza di una vera, autentica cultura dell’ambiente la responsabilità dei disastri ecologici del nostro paese. Questa cultura si forma attraverso un’educazione estetica che insegna a riconoscere la bellezza della natura e a rispettarla. Una pineta, un bosco… non sono futili elementi decorativi del paesaggio, ma testimonianze di una bellezza vivente che garantisce la nostra stessa possibilità di esistenza… Essere politicamente responsabili della bellezza del mondo: questo è il vero impegno civile per una battaglia che oltrepassa gli interessi continui degli schieramenti elettorali”. Lezione di estetica per lezione di estetica, si consiglia a questo punto la lettura de “Il bello del brutto” di Gilbert Keith Chesterton (Sellerio editore) , un clown cristiano che giustamente si vanta: “Ho frugato in mezzo ai mucchi di spazzatura dell’umanità, e in ognuno ho trovato un tesoro”.

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