Cercasi buone Tate

Di Vites Carla
19 Luglio 2000
"Bisogna sollevare l'arte dal peso della realtà" Perché? Perché la realtà non esiste e l'essere che dice Io è una passione inutile. Le immagini del "You make me" (variazioni colte e leggiadre del "Fottimi", Baise moi, film d'animalità e morte che sbarcherà in Italia a settembre?) Visita alla Tate Gallery, fresca di inaugurazione e sollecitante una buona metafora di uomini e donne in catene

Londra. La City s’è rivolta al nuovo Millennio con grande dispendio di energie ed opere: Millenium Dome, Millenium Bridge, la grande ruota, il rinato Globe Teathre, i nuovi Docks, per citarne solo alcuni. Su tutte, rimarchevole per l’interesse che suscita, è la nuova Tate Gallery o Tate Modern, fresca di inauguazione (maggio 2000). Dopo aver attraversato gli immensi ambienti della ex centrale elettrica splendidamente ristrutturata da Herzog e De Meuron, che attualmente ospita la collezione di Arte Moderna e Contemporanea della Tate Gallery of London, dopo la presa visione di opere che documentano senza mezzi termini la disgregazione o dissoluzione dell’uomo moderno (indicativa in proposito è l’espressione dipinta sul viso di chi esce dallo spazio dedicato a Beuys); accade che si provi un senso di sbalordimento davanti all’opera di Christopher Wool, classe 1955, esposta all’ultimo piano, composta nel 1997 e il cui titolo suona: “YOU MAKE ME”.

E’ un’opera questa, in cui il contenuto, ovvero l’oggetto della raffigurazione, coincide, meglio, è esattamente il suo titolo. Si tratta di una lastra di alluminio verniciata di smalto bianco su cui a tutto campo, si distende la scritta: YOU MAKE ME. Dopo la passegiata attraverso gli ambienti della Tate Modern, stupisce oltre il rigore logico-sintattico dell’affermazione “dipinta”, cioè il fatto che esista un soggetto, un verbo ed un complemento oggetto ordinatamente assemblati ( e non è poco) ancor più stupisce vedere dipinta, ritratta, semplicemente una frase, un discorso. Questa esigenza ( in linea con una perfetta posizione minimalista) di “fare il ritratto” a delle parole porta a pensare a un tentativo disperato di appigliarsi a quel “qualcosa” che -come ebbe a dire Roland Barthes negli anni ’60 parlando di linguaggio verbale- rappresenta “il solo linguaggio la cui analisi abbia portato alla costituzione di modelli coerenti e credibili”.

La Tate Modern dà un’ampia documentazione della perdita, avvenuta clamorosamente soprattutto durante questo secolo, di un referente che sia appunto “modello coerente e credibile” nella fruizione che i soggetti ne possono fare. L’opera d’arte moderna ha massicciamente denunciato la possibilità di rappresentatività del reale con cui da sempre si era misurata, dichiarando l’impossibilità di un “qualcosa” oggettivamente esistente in quanto entità autonoma ( seppur in relazione) da un soggetto che la legga e, nel leggerla la ponga in essere. Questo avviene già eloquentemente nell’opera di Monet “Ninfee a Giverny” presenti in una delle prime sale della Tate e posizionata accanto ad opere ad esse di molto succesive, ma con esse perfettamente sintonizzate sulla lunghezza d’onda della pura soggettività percettiva.

La Tate ci offre un successivo passaggio verso la dissoluzione dell’immagine grazie all’esposizione del “Supremus” del 1915 di Malevic. Compete infatti a Malevic una parte fondamentale nella soppressione decisa dell’oggetto in forza della “suprematista” volontà di scoprire una finalità alla pittura alleggerita completamente del peso della realtà (è infatti il “Mondo come assenza di oggetti”). A questo punto ritrovandosi davanti al Wool del “You make me”, si afferra forse il perché dell’abbandono totale dell’immagine in esso operato e il voler farsi immagine del linguaggio stesso. Le lettere di cui si compongono le tre parole-immagine sono dipinte in carattere stampatello gigante con un tratto non continuo di smalto nero secondo i modi di certo intercalare fumettistico e suggeriscono una sorta di movimento vibrato sulla superficie, bianca dello stesso bianco del muro che la supporta e con cui si confonde. Il “You make me” di Wool sembra la seconda parte di un enunciato che in gioventù era stato più volte proprosto a chi scrive ( e non solo a lei) anticipato però da una premessa, e cioè: ” Io sono (I am, volendo restare nel campo linguistico dell’autore) Tu che mi fai ( you make me)”. Per chi scrive la sensazione di trovarsi davanti ad una brutale amputazione del discorso, va di pari passo con l’ovvietà di questa amputazione dopo tutto quello che si è visto attraversando le sale espositive della Tate.

Il mare di soggettività che – pure – ci ha regalato le indimenticabili emozioni di un Monet, è appunto ciò in cui il nostro secolo ha visto dissolversi, con la vaporizzazione dell’oggetto, il soggetto conoscente stesso. L’ ” I am” che sembra mancare, secondo sempre chi scrive, al “you make me” in questione, è l’Io che avendo primeggiato e manipolato tutto e tutti ha, in primis, dissolto se stesso. “YOU MAKE ME” appare quasi più solo ormai come un incubo, l’incubo di sartriana memoria in cui l’altro (sia esso scritto con a minuscola come pure maiuscola) è solo attentatore della nostra libertà, là ovunque esso osi porre l’insolente atto del suo esietere, del suo esserci.

E’ a questo punto che si fa avanti prepotente il pensiero di un autore vissuto un bel po’ di tempo fa, Guglielmo di saint’ Thierry, che nella sua “Lettera aurea” pare avesse già colto ( e probabilmenbte risolto) là Sul Mont-Dieu dove abitava circa 900 anni addietro, le tematiche di una Tate Modern:”L’uomo cattivo ( leggi: irrrelato n. d. a.) dunque non abita mai sicuro con se stesso, perché abita con un uomo cattivo, e nessun gli è più molesto di se stesso. Con l’abbandono della santa semplicità ci siamo resi estranei a noi stessi e non dobbiamo essere chiamati solitari, ma soli e la nostra cella ( leggi: il nostro stesso mondo n.d.a.) non è per noi cella, ma carcere e reclusione”.

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