Fratelli (devoluti) d’Italia
Primo agosto, la festa nazionale svizzera. Si ricorda quel che un gruppo di alpigiani delle vallate di Uri, Svitto e Unterwaldo (se c’è un cuore delle Alpi, attorno al passo del San Gottardo, è lì) misero in opera 709 anni fa. Rodolfo, signore di quelle terre e primo Absburgo assurto al soglio imperiale, era morto poche settimane prima.
Federalismo alpino Si trattava di garantirsi una dipendenza diretta dall’Imperatore, senza troppi mediatori feudali di mezzo : la cosiddetta ” immediatezza imperiale “. In sostanza due cose stavano a cuore a quei contadini di montagna : poter amministrare direttamente la giustizia (così sta scritto nel loro patto del 1291) e non dover pagare troppe tasse. In fondo nulla di diverso dalle aspirazioni diffuse in tutto il movimento comunale dell’epoca. E così, mentre nessuno in Europa si accorge di quel rudimentale giuramento di reciproca assistenza in vista di preservare certe concrete forme di libertà, si costituisce il nocciolo duro del ” federalismo alpino “, il più antico del continente. Con un bel po’ di fortuna e un bel po’ di tenacia quel nucleo di ” cantoni ” resse alle prove del tempo e si allargò, ad altre valli alpine e a qualche città dell’altopiano a nord delle Alpi (come Lucerna e Zurigo, Berna e Friburgo).
E il Ticino ? Le terre a sud delle Alpi che si incuneano nella Lombardia erano ancora soggette nel Duecento a signorie ecclesiastiche di Como e di Milano. Poi passarono ai duchi di Milano. Ma nel periodo che va dal 1478 al 1512, valle dopo valle, gli ” svizzeri ” si impadronirono del territorio ticinese. E ne fecero una serie di ” baliaggi ” a loro sottomessi. Un giogo leggero, tutto sommato (forse perché esercitato da quegli alpigiani coscienti e gelosi delle proprie concrete autonomie), sotto il quale i ticinesi si adattarono a vivere per quasi trecento anni.
Fratelli d’Italia ? No, grazie. Liberi e svizzeri Lo scovolgimento avviene, come in tutta Europa, con la Rivoluzione francese. A quel punto per gli ” italiani svizzeri ” si presenta l’occasione di una scelta storica. Passare con i ” fratelli d’Italia “, in quel momento (parliamo del nord) intruppati nella Repubblica Cislapina, o restare, ma da cittadini liberi con parità di diritti, con gli ex colonizzatori svizzeri (formando, insomma, un nuovo cantone). Si decide per il ” liberi e svizzeri “. Ma chi gliel’ha fatto fare ai nostri antenati di restare con i tedeschi e con i francesi? Una scelta quasi contro natura, doppiamente incomprensibile, quando si consideri il fossato linguistico-culturale e i trecento anni di sudditanza da quelle ” teste di legno “. Capire questo nodo vuol dire capire, di nuovo, che il federalismo non nasce, non è mai nato da una scelta a tavolino tra le diverse forme di architettura costituzionale, ma nasce quasi come un vestito che si cuce e si adatta man mano ai bisogni concreti di una società civile che si organizza in funzione della propria libertà e del proprio benessere. E significa anche intravedere che per ogni popolo c’è un bene tanto prezioso da costituire il fondamento dell’unità nazionale, subordinando a sé addirittura il grande valore della comunità linguistico-culturale : la libertà, nelle forme storiche sperimentate . Vediamo allora come sono andate le cose. Ma non aspettiamoci di trovarne il racconto nella storiografia ufficiale. Lì il pronunciamennto dei ticinesi di fine Settecento vien fatto passare, con intemerata tautologia, come un atto di elvetico ” amor patrio “. Bisogna sapere che il Kulturkampf ottocentesco ha consegnato l’egemonia della cultura ufficiale in mani radicali. E così accade che i libri di storia per le scuole sorvolino le –piccole o grandi- Vandee che anche la Svizzera, come ogni Stato europeo, ha conosciuto. Solo che, per molte fortunate circostanze di cui rendiamo grazie a Dio, la piccola ” Vandea ” ticinese fu forse la sola ad avere pieno successo.
Via dallo stato napoleonico ( e via dai Visco) Ma ecco i fatti. L’esercito napoleonico ha occupato la Confederazione, mettendo a ferro e fuoco quei cantoni, come Svitto e Nidwaldo (epicentro della resistenza, si ritrova con la popolazione decimata dai massacri), che non sopportano l’imposizione di uno Stato unitario, il bavaglio messo alla Chiesa e il colpo di spugna su tutte le autonomie maturate e compaginate in secoli di convivenza confederale. E Napoleone dovrà cedere. Mentre, per quanto riguarda le terre al sud delle Alpi, il Bonaparte lascia fare ma, in un primo tempo, fa capire che non vedrebbe di malocchio il ” ritorno ” del Ticino ” liberato dal giogo dei confederati ” nel seno dei popoli italici. Ma cosa significa entrare a far parte della Repubblica Cisalpina? Le carte che ci hanno conservato i numerosi e solenni pronunciamenti pubblici di gruppi di valligiani di tutte le regioni ticinesi, parlano chiaro. Primo : non vogliamo – gridano forte quei nostri antenati- piombare sotto il regime del contollo statale sul clero e sulle attività religiose. Secondo : non vogliamo svenarci per riempire con le nostre tasse le casse dello Stato. E per far salve queste libertà e queste autonomie (all’osso, la libertà religiosa, l’autonomia della famiglia e della società dallo Stato) i contadini della Leventina e del Luganese, di Locarno e della Capriasca, non esiteranno a imbracciare i loro forconi e a scendere in città, a Lugano in particolare, dove qualche avvocato e qualche canonico giacobino vuol trattare l’adesione alla Cisalpina. Scorre poco sangue, per fortuna, e tutto si aggiusta – Napoleone permettendo- nel migliore dei modi : quello elvetico e federalistico. Un federalismo alpino che si adatta come un guanto alla geografia e alla cultura del territorio, fatto di centinaia di valli con lingue, dialetti e costumi differenti. Lo Stato centrale ridotto ai minimi termini, il più leggero possibile e sussidiario ai cantoni. Ma anche una forte autonomia dei comuni rispetto ai cantoni stessi.
Più uniti e più italiani dell’Italia sabaudo-massonica Dunque, detto per inciso, i ticinesi sono svizzeri innanzitutto in quanto cattolici. Perché cattolici erano e cattolici, in quel passaggio di secolo e di epoca, vollero restare. E la garanzia di libertà religiosa si trovò meglio protetta dentro i confini istituzionali della Confederazione, per quanto a maggioranza protestante. Quanto alla lingua poi, quei semplici ma intelligenti contadini di fine Settecento non si fecero mettere sotto i piedi dagli svizzeri tedeschi e francesi. Nei codicilli delle loro carte rivendicative inserirono una chiara condizione : andremo a Berna alle assemblee sovracantonali a patto che ci lascino parlare la nostra lingua. E così è stato, da allora fino ad oggi.
Resterebbe da dire come in seguito le autonomie delle piccole comunità cittadine e di valle, che a quei tempi coincidevano con le autonomie sociali (famiglie, pievi, confraternite, corporazioni eccetera), si andarono progressivamente già nel corso dell’Ottocento svuotando di contenuti sociali e irrigidendosi in formule istituzionali. Ma questo è un altro discorso, e oggi vogliamo goderci in santa pace la nostra festa federale. ” Svizzera “, ha scritto nel titolo di un suo libro famoso Denis de Rougemont, ” la storia di un popolo fortunato “.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!