Seguire Lui, fermandosi sul posto
L’inizio di un nuovo millennio è un inizio relativo. Per la singola persona il cambio di millennio significa assai meno che un cambio di appartamento, addirittura di un cambio di calzini. Questi sono avvenimenti intimi, mentre il cambio di millennio è un avvenimento esterno e, a differenza della vita privata, irreversibile come il cambio delle stagioni dell’anno. C’è tuttavia, nel cambio di millennio, un fattore che ne fa un avvenimento spirituale: pur essendo un avvenimento insignificante, esso però è comune a tutti, e quindi è più importante di tanti piccoli avvenimenti della vita privata. Per questo anche per il cristiano, che conosce il valore della comunione, il cambio di millennio è più importante che per una persona di cultura secolare, che rifiuta il comune a favore del privato.
La persona esiste nella comunità
Il cristiano conosce il valore di ciò che unisce, e l’uomo diventa cristiano proprio quando dall’isolamento si apre alla comunione. La comunità può essere molto povera spiritualmente, nell’isolamento la persona può essere assai più ricca spiritualmente, ma esiste nella comunità, anche nella più derelitta, una specie di vitamina che è assente anche nella più ricca vita spirituale interiore. Questo non è un problema, il problema è che la comunione cristiana esiste nel catechismo e sulla carta, mentre nella vita esiste una moltitudine di comunità cristiane. Il fanatico risolve questo problema affermando che soltanto la sua comunità è veramente cristiana. Il cinico risolve il problema dichiarando che tutte le comunità sono ugualmente fasulle, sono tutte un inganno. Il mistico – quei mistici che con orgoglio portano questo nome – risolvono il problema spiegando che le differenze non hanno senso. Tuttavia, è chiaro che si tratta soltanto di scappatoie. Sulla soglia del cambio di millennio, evento obbligatoriamente comune, comune a tutti, evento al di fuori della dipendenza dalla confessione religiosa degli abitanti del mondo postcristiano (è utile ricordare, che esistono anche il mondo mussulmano, induista, cinese, per i quali questo praticamente non è neanche un evento), il cristiano sta davanti al problema della manifestazione del comune non obbligatorio, non esteriore, non indifferente.
La soluzione più semplice del problema è invocare il nome di Cristo.
Forse che Cristo non è proprio ciò che è comune a tutti i cristiani? Eppure la soluzione più semplice appare in realtà la meno efficace, cosi’ come le mosse più naturali negli scacchi portano a una sconfitta fulminea, allo scacco matto più elementare. Rivolgersi a Cristo non è difficile, ma come fare a non voltare in questo le spalle alla gente (non agli atei, ma ai credenti)?
“Mani pulite” e speranza nel potere sono blasfeme
Questo avviene, poichè i cristiani sono veramente peccatori e veramente santi. I cristiani peccano, come tutti gli altri uomini, e spesso ritengono che i loro peccati siano la causa principale delle divisioni tra i cristiani. Se almeno fosse cosi’! Lev Tolstoj iniziò il romanzo “Anna Karenina” con l’affermazione che tutte le famiglie felici sono felici allo stesso modo, mentre quelle infelici lo sono in modi differenti. In realtà è vero proprio il contrario (l’errore di Tolstoj è perdonabile, la sua famiglia era infelice). La peccaminosità cristiana in sè rappresenta un problema minore, che non la santità cristiana. I peccati sono comuni a tutte le confessioni, a tutte le comunità. I peccati uniscono i cristiani, più che dividerli. Le speranze di aiuto da parte del regno di Cesare, le speranze che Cesare possa intervenire d’autorità con frutto per la Chiesa e per l’umanità, in generale le speranze nel potere come mezzo per la salvezza, tutte queste vane speranze abbondano sia nella storia del cattolicesimo, che in quella dell’ortodossia e del protestantesimo. La superbia è superbia in Italia, come negli USA e in Russia. Gli sfrontati sono dappertutto, e tutti uguali. Niente impedisce la comprensione reciproca tra i cristiani come la speranza che da qualche parte, dietro le montagne o le pianure, in un qualche regno o qualche nuovo stato ci sia una Chiesa libera dai vizi della nostra Chiesa. In Russia spesso si guarda in questo senso al cattolicesimo (anche se poi per lo più si diventa protestanti), in Europa occidentale così pensano spesso dell’ortodossia russa. Sono speranze blasfeme, che attendono la salvezza dal basso e non dai cieli.
La particolarità dell’orodossia
Ma la particolarità del cristianesimo sta nel fatto che il cristianesimo genera qualcosa di particolare. Si può peccare (è anche più comodo) anche fuori dai confini della Chiesa. Vladimir Solov’ev però si poneva la domanda sul perchè la “risposta cristiana” ai problemi della vita sia sempre chiara, mentre la “risposta ortodossa” richieda una riflessione, una ricerca, delle dimostrazioni, e ugualmente ne venga fuori qualcosa di nebuloso. Questo si riferisce non solo ai peccati. Solov’ev allora annotava che “cristianamente” è chiaro che uccidere non è bene, mentre per l’ortodossia non è bene, tranne che in alcuni casi (la pena di morte, la difesa della patria) in cui ciò che non è bene è meglio del bene. Eppure cento anni fa anche i cattolici, e lo stesso i protestanti, ritenevano la pena di morte una cosa assolutamente normale in alcuni casi, esattamente come gli ortodossi. Oggi in Russia sia la pena di morte che il bombardamento del proprio territorio di solito si giustificano con le tradizioni ortodosse, non perchè tutti siano diventati ortodossi (non lo sono, in realtà gli ortodossi sono rimasti il 2-3% della popolazione, quanti erano prima), ma perchè tutte le altre giustificazioni ormai hanno completamente perso di significato.
La particolarità dell’ortodossia non sta nel benedire il potere a occhi chiusi. Questo lo sanno fare anche i senza-dio. Se questa fosse l’ortodossia, allora l’ortodossia non servirebbe al cristianesimo, anzi sarebbe nociva (molti ortodossi, specialmente in Russia, pensano la stessa cosa del cattolicesimo e del protestantesimo). La particolarità dell’ortodossia sta nell’essere un cristianesimo in condizioni di schiavitù.
Questo non significa che l’ortodossia generi la schiavitù. L’impero bizantino avrebbe potuto essere anche musulmano; e di fatto la Sublime Porta era (e in parte è rimasta) una variante islamica dell’impero bizantino. La Russia ha ricevuto l’ortodossia cent’anni dopo che si era formato lo stato russo nei suoi tratti fondamentali e immutati fino ad oggi, e cioè un miscuglio unico e poco piacevole di patriarcalismo e infantilismo.
L’ortodossia non genera la schiavitu’, l’ortodosso può anche ribellarsi alla schiavitu’. In realtà tutte le insurrezioni nella storia della Russia sono state fatte da ortodossi, e spesso vi prendeva parte il clero. Nella Russia odierna il ribelle più noto è il sacerdote Gleb Jakunin, che sottolinea la propria ortodossia, e il ribelle più rispettabile è lo scrittore Aleksandr Solzhenicyn, che sottolinea la propria ortodossia. Jakunin è veramente un ortodosso, anche se Jakunin è stato cacciato dalla Chiesa (cacciato da coloro che a suo tempo avevano aiutato il KGB a mettere in prigione Jakunin per aver criticato le persecuzioni contro la Chiesa). Solzhenicyn è veramente un ortodosso, anche se non lo cacciano dalla Chiesa unicamente per paura dello scandalo; in ogni caso, dopo il ritorno in Russia una volta è intervenuto a un incontro con il Patriarca con toni tali, che a tali incontri non è più stato invitato. Di ribelli ortodossi meno noti ce n’è un sacco, in parte anche l’autore di queste righe, ma proprio per questo posso testimoniare: l’ortodossia non sta nella schiavitù nè nella ribellione, come Dio non è nel terremoto nè nella izverzhenje.
La nostalgia del calore di Matrjona
L’ortodossia può sussistere anche senza la schiavitu’, senza dubbio. Esempio di ciò è l’ortodossia nei paesi non ortodossi dell’Occidente. Certo, là vi è anche l’ortodossia cholopskoje, impegnata soltanto nella lotta contro i cattolici, nella dimostrazione della propria originalità, impregnata di nazionalismo russo o ancor peggio di monarchismo russo. Spesso l’ortodossia in Occidente è più pura e culturalmente più ricca dell’ortodossia in Russia, così come l’induismo artificioso dell’associazione “La coscienza di Krishna” e più puro e culturalmente più elevato dell’induismo dell’India. E tuttavia è sufficiente un Olivier Clement per capire che l’ortodossia può essere personalista, senza smettere di essere ecclesiale.
Tuttavia rimane uno scarto tra la possibilità di essere ortodosso in un paese libero e l’impossibilità di rimanere ortodosso nel paese della schiavitu’. È difficile. È facile amare l’ortodossia di Matrjona, eppure Solzhenicyn, entusiasmandosi per essa, è diventato un ortodosso di tutt’altro tipo, più militante, più nazionalista. Oggi e domani nell’ortodossia russa, cosi’ come cento, e cinquecento anni fa, la maggioranza, la maggioranza aritmetica è assai lontana dall’umiltà e dal calore di Matrjona.
L’ostilità al cristianesimo non si combatte con le prediche
La Chiesa per gli uomini nella società della schiavitù è una meta turistica, dove si trova sollievo dall’ostilità invidiosa, dal risentimento che circonda tutto e nutre tutti. E nella Russia contemporanea di norma non è neanche tanto un sollievo; dopo l’alluvione di neofiti, in particolare tra le fila del clero, la maggioranza nella Chiesa è composta da persone con la psicologia degli eroi di Dostoevskij più infelici e più nocivi per il prossimo.
La forza dell’ortodossia non è nella capacità di trasformare queste persone, di formarli come cristiani. È possibile che non ne sia proprio capace. La forza dell’ortodossia in Russia sta nel fatto che l’alluvione di ostilità e sfrontatezza non si combatte con un articolato sistema di predicazioni, direzioni spirituali, consigli degli starets: tutto questo appartiene al passato, e anche se si sta cercando di ricostruirlo, succede come con le frittelle: la prima è sempre immangiabile. Al contrario, proprio laddove l’ortodossia appare agli occhi di un occidentale decisamente fuori moda, nei suoi silenzi, nella sua reticenza a denunciare e castigare i collaborazionisti, i traditori, i nazionalisti, gli antisemiti, i corrotti e i faccendieri, proprio questa ortodossia è la forma necessaria del cristianesimo per la Russia.
Seguire Cristo, nient’altro
È facile entusiasmarsi per la virtù della pazienza, quando si tratta della pazienza di una vecchietta solitaria, che risponde a tutto il male del mondo ripiegandosi in se stessa, nel proprio duro lavoro. È più difficile comprendere che sia il patriarca, sia il sacerdote o il parrocchiano-intellettuale in Russia sono obbligati a rispondere al male allo stesso modo, non con il socialismo o l’azione politica, ma con un’attività interiore a fronte di una passività esteriore, che alle persone altamente responsabili appare come minimo un tradimento, tradimento non solo di Cristo, ma spesso anche dei più minimi obblighi morali. È difficile da comprendere per un occidentale, ma è difficile da capire anche per un russo; prudono le mani dalla voglia di fare qualcosa. E solo quando vedi quanti disastri combinano queste mani, quando le si lascia fare, dove vanno a finire le buone intenzioni in un sistema di schiavitù, solo allora cominci ad apprezzare la capacità di seguire Cristo, fermandosi sul posto.
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