Quel cielo sopra Berlino
Reduci entrambi da un viaggio agostano, con famiglie al seguito, a Berlino abbiamo scoperto che Berlino, tra tutte le città del mondo viste in questi anni, è la “nostra” città. Quella dove, se domani ce lo chiedessero, ci traferiremmo armi e bagagli. Abbiamo anche tentato di capire il perché di quest’amore così istintivo verso una città che non è la più bella, non è la più moderna, non è la più trendy del mondo. E ci è venuta qualche maldestro abbozzo di risposta. Primo, Berlino antropologicamente e urbanisticamente non è una città plasmata (o non lo è ancora) dagli gnomi della finanza. Non c’è borsa, non si vedono uomini-ventiquattrore in giro. E vetro e acciaio se ne stanno per ora alla larga (escluso quel gigantesco e insulso centro Sony, costruito come un pugno nell’occhio della Postdamer platz di Renzo Piano). Secondo, Berlino è una città profondamente drammatica. Non ha ancora chiuso i conti con la propria storia (per tentarci ha costruito un museo ebraico, che è uno dei capolavori dell’architettura di fine millennio. A visitarlo, ancora vuoto, è come entrare nell’anima dei nostri fratelli maggiori). E intanto s’è vista aprire altre ferite, come quelle dei disoccupati dell’est, della decadenza improvvisa di tante zone dell’ovest, di una struttura sociale così anomala (solo il 38% delle case è occupata da famiglie; per il resto sono single, gruppi di giovani, vecchi soli). Terzo: è una città ancora buia. La sera, camminando per le strade di Mitte e di Prinzlauern berg, un tempo ad Est del muro, tra un formicolio di gente magra e inquieta, in mezzo a case che grazie a Dio sono state costruite senza prevedere le luminarie dei negozi, se volti in su lo sguardo ti può capitare di vedere ancora le stelle.
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