Laico, cioè Poirot

Di Tempi
13 Settembre 2000
Editoriale 16

D’accordo che l’esercizio giornalistico costituisce un particolare compendio di mondanità. Però anche tra uomini di mondo qualche volta conviene intendersi sulle parole e, almeno qualche volta stabilire bene di che cosa parliamo quando partiamo lancia in resta all’attacco del nostro avversario, sia esso un partito politico o il nostro vicino dirimpettaio. Sorprende ad esempio in questi giorni di accese polemiche su papi ed embrioni congelati che i termini più adoperati nell’agone delle polemiche siano quelli celebranti l’estraneità, quando non la contrapposizione, tra uomo laico e uomo religioso. Dove tutta la diversità dei due tipi starebbe nel fatto che l’uno crede in Dio, l’altro no; l’uno si nutre di analisi razionale, l’altro di visioni mistiche; l’uno possiederebbe come unico divin giudice la propria coscienza, l’altro i precetti della Chiesa (cattolica, ça va sans dire). Se le cose stessero così che senso avrebbe discutere? L’uno dovrebbe ritirarsi in preghiera chiedendo al buon Dio la grazia illuminante l’agnostico infedele, l’altro dovrebbe esigere dallo stato leggi che tolgano la libertà di profferir parola a riguardo dei pubblici affari a chiunque professasse una fede. La verità è che tra laico e credente non esiste in linea di principio alcuna contrapposizione. Cos’è infatti laico se non l’atteggiamento di chi cerca di convincere innanzitutto se stesso della bontà, validità – metteteci quello che volete – di una determinata asserzione o problema? Contrapposizione semmai vi è tra chi parla per luoghi comuni e autorità certificata altrove che dalla persuasività dell’esperienza, e chi invece cercando di capire come stanno le cose, dubita quando gli pare il caso di dubitare (ovvero quando i problemi non gli sembrano offrire soluzioni chiare) o esprime il suo assenso quando invece gli sembra che le cose siano certe (e obiettare che quel che è certo oggi potrebbe non esserlo domani non cambia punto la validità dell’osservazione, giacché nessuno sano di mente si sognerebbe di rinunciare ad esempio alla medicina di oggi perché domani potrebbe trovarne una migliore o addirittura una che smentisca quella di ieri, e così per tutti gli esempi della vita quotidiana). Tutto ciò per dire una cosa semplicissima e che pure sembra introvabile allo stato della conversazione pubblica attuale: non è che la selbstdenken, l’autonomia di giudizio e di pensiero l’hanno inventata gli illuministi, c’era già prima, c’è sempre stata negli uomini liberi, religiosi e non. Diremo di più: se c’è stato uno tra noi, uno che non ha avuto timore di rovesciare le bancarelle nel tempio e farsi amico di ladri e prostitute, non è stato né un filosofo, né un intellettuale, né uno scienziato. Per questo, nei dibattiti su Pio IX come sull’embrione, impariamo a distinguere bene i fatti dalle emozioni, i farisei cultori della legge e della forma stato o della forma scienza come se queste fossero le ragioni ultime per cui gli uomini nascono e muoiono, e coloro che invece semplicemente vivendo sanno distinguere con la loro ragione e col loro giudizio ciò che corrisponde alle intenzioni umane della vita, da ciò che è suggerito loro dalle intenzioni del potere e della morte. Poiche il laico è un po’ come il Poirot uscito dalla penna di Agatah Christie (che tutti gli editorialisti dovrebbero studiare bene prima di acconciarsi a un mestiere che esige logica e ordine), un uomo strano, come confessa il personaggio in uno degli episodi in cui è coinvolto, “molto strano, ne convengo. Sono metodico, ordinato, ragioni con logica e non rigiro i fatti per adattarli alle mie ipotesi”.

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