Collezione Panza. Molta mistica, poca carne, niente sugo

Di Frangi & Stolfi
20 Settembre 2000
Senza ombrello, sotto il temporale

Il tono di religiosa deferenza con cui stampa e critica stanno trattando l’evento del ritorno di parte della collezione di Giuseppe Panza di Biumo in Italia, lascia un po’ sospetti. Riassiumiamo: Panza di Biumo è il maggiore collezionista d’arte del dopoguerra in Italia. Ha comperato, con straordinaria oculatezza e parsimonia, tolte pochissime eccezioni, solo arte americana. Negli anni 80 offrì all’Italia, parte in acquisto e parte in donazione, le sue raccolte, ma la trattiva fallì. Così oggi i pezzi migliori (Rotko in particolare) sono tra Los Angeles e il Guggenheim nelle sue varie sedi. Ora, a segno di pacificazione, con la mediazione del Fai, vicino a Varese si apre la villa di Biumo, che ospiterà un’ottantina di opere. L’allestimento è spettacolare, perché incrocia arredamenti classici con opere di un oltranzismo arduo per il grande pubblico. Ma non è qui il punto. Il punto è un altro: Panza è il profeta di un’arte esangue, spolpata di realtà, misticamente liofilizzata. Un’arte fatta di vuoti, di silenzi, di afasie; più che astratta, a-formale. Un’arte che ha paura (o ribrezzo) della carne, si direbbe. Noi, rispettosi, decliniamo l’invito

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