Sydney, non rompeteci il testosterone

Di Zottola Amedeo
27 Settembre 2000
Un preparatore atletico di giovani talenti spiega l’improbabile ideale decoubertiano che, sotto le spoglie della bella retorica del nazionalismo sportivo, cela la fabbrica dei campioni. Se, come in ogni azienda che si rispetti, quel che conta è il successo, è normale che nessuno si sogni di rinunciare al dopaggio per aspettare risultati costruiti nel tempo e nell’educazione (psicomotoria) della persona. Pardon, del “portatore di performance sportive”

Le Olimpiadi di Sydney, probabilmente, passeranno alla storia come Olimpiadi dell’antidoping. Dalla retorica della fratellanza universale a quella dell’igiene ormonale. I dirigenti dello sport mondiale devono dimostrare che lo sport è tendenzialmente pulito,che coloro che praticano il doping sono una esigua minoranza da eliminare come si fa con un brutto foruncolo che pur essendo piccolo può deturpare l’immagine di chi lo porta su di sè. Una gigantesca operazione di maquillage che potrà nascondere le rughe solo a chi il mondo dello sport lo vede e ne parla da lontano.

Oh, candido Cannavò!
Le Olimpiadi del 2000, forse, saranno anche ricordate come quelle dell’illusione e dell’ipocrisia, se è vero quanto dichiarato da Barry McCaffrey, responsabile dell’antidroga in USA: “Il doping rischia di rovinare l’Olimpiade: abbiamo deciso uno stanziamento di 3,3 milioni di dollari per un programma antidoping in vista dei Giochi di Salt Lake City 2002. È in gioco il futuro delle competizioni: o troviamo soluzione a questo problema oppure ci sfuggirà di mano”. Si susseguono intanto le notizie relative a personaggi sospettati di doping e le interviste ad atleti che appaiono forti, puliti, che gridano “Io non ci sto” (e non si sa se prima ci stavano oppure no).- Pantani, oggi, prenderebbe il posto di Malaussene nei romanzi di Pennac e potrebbe fare il capro espiatorio come mestiere. “Oh, cattivo Pantani” direbbe il Cannavò di turno “tu hai tradito la nostra fiducia, tu salivi il Mortirolo a velocità folli e noi applaudivamo l’impresa e scrivevamo editoriali, folgorati da tanta vis agonistica, e non sapevamo neanche per sentito dire, noi che organizziamo il Giro e non solo ne scriviamo, che tu eri un seguace della dea EPO”. E, domani, lo stesso di ieri scriverebbe, come ha scritto, “Oh, buon Pantani, facci ancora sognare!”.

Oh, Martinello, vestito di nuovo!
Il 5/6 aprile 1997, il prof. Dal Monte, nell’ambito di un convegno organizzato dalla FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera, e dalla ASSITAL (Associazione Italiana Tecnici di Atletica Leggera) affermò: “… Si dice (devo usare questa espressione impersonale perché nessuno rivela che è successo anche a lui) che i ciclisti fossero costretti a dormire con il cardiofrequenzimetro e l’allarme predisposto ad una determinata frequenza cardiaca. Quando di notte, nel relax, la frequenza cardiaca scendeva oltre un certo limite, il sangue così denso rappresentava un fattore di rischio elevatissimo per cui venivano svegliati e pedalavano sui rulli per dare una ‘sgrullata’ al sangue”. In un passaggio precedente del suo intervento aveva affermato: “ …Temendo, infatti, che sostanze come la cocaina possano essere individuate e ipotizzando che non venga valutato il loro livello di testosterone, i piloti [di mezzi da corsa] facevano ricorso a questo perché in grado di aumentare il coraggio e l’aggressività”. (vedi Atleticastudi, anno 28 maggio/giugno 1997). In una intervista (Corriere della Sera 15/9/00) il ciclista Martinello, partecipante alle Olimpiadi, con foga tribunizia, secondo quanto riportato dal giornalista Fabio Cavalera, afferma: “…Non si guardi in faccia nessuno. Si proceda fino in fondo. E si mettano le mani fra i dilettanti dove il fenomeno è a livelli scandalosi. È possibile che i primi quattro juniores al mondo siano italiani? Siamo solo noi i fenomeni?”. Perché non ne ha mai parlato prima? In un passaggio precedente, l’intervistatore dice che Martinello ha trentasette anni, venti di attività agonistica, una solida posizione economica con interessi nel mondo immobiliare. Dov’era mentre gli altri si dopavano? A fine carriera, con un bel gruzzolo, ci si può permettere di dire la verità.

Oh, che felloneria il doping!
Doping secondo il Cio (Comitato Olimpico Internazionale) è “somministrazione e uso di qualsiasi sostanza estranea all’organismo o di qualsiasi sostanza fisiologica assunta in quantità anormale o introdotta nell’organismo per via anormale, con la sola intenzione di aumentare in maniera artificiale e sleale la prestazione durante la gara”. Se non si vuole affrontare la questione in termini moralistici e fuorvianti si deve riconoscere che il doping è l’esito, non inevitabile, ma altamente probabile della pratica sportiva professionistica o che aspira a diventare tale. Laddove esiste la concreta possibilità di trarre elevato profitto dal proprio lavoro si annida la tentazione di fare qualsiasi cosa per raggiungerlo. Tutto l’equivoco sta nel non voler riconoscere la mutazione genetica che lo sport ha avuto dal secondo dopoguerra ad oggi. Lo sport è stato lo strumento prima di una guerra ideologica tra sistemi politici contrapposti e nel frattempo è diventato un gigantesco show -businness che distribuisce ricchi proventi, potere e status sociale elevato a chi in qualche modo ne partecipa. Esso deriva la sua spettacolarità dalla capacità degli atleti di fornire elevatissime prestazioni. Per ottenerle occorre essere non solo talentuosi ma anche allenati, quindi stressati fino al massimo livello sopportabile. Il doping si colloca sul fronte dello spostamento di questo livello e sul fronte del tentativo di limitare i rischi di fallimento in gara. Il doping è funzionale alle esigenze dello sport spettacolo, l’antidoping è funzionale all’immagine dello sport pulito. Il potere sportivo gestisce l’uno e l’altro.

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