America on the road? No, del ritorno alla sovranità (un po’ on the wall)
Wichita è una tipica cittadina americana. E’ torrida, polverosa e piatta. Durante la Seconda Guerra mondiale le forze armate avevano bisogno di produrre aeroplani, ma avevano paura che i giapponesi o i tedeschi avrebbero bombardato le fabbriche; così cercarono una città che fosse il più lontano possibile da entrambe le coste, e scelsero Wichita. Da allora la principale attività economica locale è sempre stata l’industria aeronautica. Il sindaco di Wichita non manda i figli a scuola, e nemmeno il locale deputato al Congresso, né molte altre persone in città. Forse un bambino su 20 di Wichita non va a scuola. Tutti questi bambini non vanno a scuola perché fanno scuola a casa. Stanno in casa e la mamma fa loro da maestra. Questa cosa si chiama home schooling. Dieci anni fa non esisteva. Oggi ci sono milioni di bambini in America che fanno scuola in casa. Contro l’home schooling sono state indette azioni legali e chiesti provvedimenti ai legislativi dei vari Stati, ma i suoi fautori hanno vinto tutte le battaglie. E se chiedete ai genitori che non mandano i loro figli a scuola se il loro comportamento non è un po’ strano, poco americano, essi ritorceranno l’accusa, dicendo che è l’America ad essere cambiata, e loro vogliono restaurare le origini.
A scuola in casa, come Washington e Lincoln
Ma cos’è che vogliono restaurare? Si potrebbe riassumere in una parola sola, che io credo diventerà la parola più importante della politica americana nel decennio a venire: sovranità. Essi vogliono che il loro paese torni ad esercitare la sovranità, e non solo il paese: essi vogliono la sovranità anche per le loro comunità e le loro famiglie. Vogliono ricostruire i muri che il governo, la cultura e la tecnologia hanno abbattuto per trincerarsi contro le forze esterne che invadono la loro vita. Contro cosa costruiscono muri i fautori dell’home schooling? Contro due forze, perché ci sono due tipi di sostenitori dell’home schooling. Anzitutto ci sono quelli di destra, perlopiù protestanti evangelici e un piccolo numero di cattolici conservatori. Essi vogliono educare i loro figli nello stesso modo in cui furono educati George Washington e Abramo Lincoln perché oggi il governo è potente, centralizzato ed estende i suoi tentacoli in ogni ambito della vita. Controlla le scuole e impone ad esse di non insegnare nulla circa Dio, anzi impone loro di contraddire la Bibbia insegnando l’evoluzione, l’uguaglianza morale fra omosessualità ed eterosessualità e una concezione della storia secondo cui non c’è nessuna verità assoluta. Poi c’è un gruppo più piccolo, che è quello dei fautori dell’home schooling di sinistra. Anche loro vogliono proteggere i loro figli dalla cultura dominante, anche loro vogliono costruire muri. Ma non perché la cultura corrente è praticamente atea, ma perché è controllata dalle grandi corporation. Per queste persone le scuole pubbliche sono pericolose non perché insegnano l’omosessualità, ma perché insegnano i valori del capitalismo.
Democratici o Repubblicani, ma dove la differenza?
Queste persone del genere “costruttori di muri” hanno un candidato alle elezioni presidenziali di quest’anno? A dire la verità ne hanno due: quelli di destra hanno Pat Buchanan, quelli di sinistra hanno Ralph Nader. Nessuno dei due vincerà (il vincitore sarà Gore o Bush), ma per capire il vero significato delle elezioni di quest’anno bisogna capire queste candidature.
E’ molto insolito, nella storia americana, avere quattro candidati presidenziali. Nella maggior parte delle elezioni successive alla Seconda Guerra mondiale ce ne sono stati solo due. In alcune ce ne sono stati tre. Soltanto in un’altra elezione, quella del 1948, ce ne sono stati quattro. La presenza di candidati alternativi a quelli dei Democratici e dei Repubblicani è un eccellente termometro delle turbolenze sotto la superficie della politica americana. Quando non ci sono candidati alternativi, la politica americana è stabile. Quando c’è un candidato alternativo, ciò significa che potenti impulsi non trovano rappresentanza. Quando ce ne sono due, come accadrà stavolta, ciò significa che gli impulsi sono diventati così potenti e così diversi che l’edificio sta tremando.
Tre temi hanno definito l’essenziale della politica americana nei 40 anni della Guerra fredda: l’interventismo governativo in economia, la lotta contro l’Unione Sovietica e i diritti civili. Il secondo è scomparso con la fine della Guerra fredda. Gli altri due comprendono tutto il terreno della competizione fra Democratici e Repubblicani, ma anche su questi temi i due partiti mostrano ormai un’identità di vedute. L’esperienza della presidenza Reagan ha insegnato ai Democratici che non possono più vincere come partito della spesa pubblica, delle tasse più alte, di una maggiore regulation e dei deficit di bilancio. Cioè che non possono più essere un partito di sinistra in materia economica. Gli anni Novanta hanno insegnato ai Repubblicani ad avvicinarsi ai Democratici sui temi della battaglia culturale. Bush non mette mai a tema la sua opposizione all’aborto e fa capire agli elettori che non ha intenzione di modificare la legge americana in materia se non per aspetti secondari. Non dice nulla delle sue idee sui diritti dei gay, non accenna mai alla possibilità di reintrodurre la preghiera nelle scuole pubbliche. Ma ancora più importante di questa convergenza di Democratici e Repubblicani sui due temi superstiti dai tempi della Guerra fredda è il fatto che essi convergono sul grande nuovo tema della politica americana: la questione della sovranità. Ci sono differenze secondarie, ma fondamentalmente i leader dei due principali partiti credono nella necessità di abbattere i muri piuttosto che in quella di innalzarli. Sia Bush che Gore credono nella liberalizzazione del commercio e nelle norme sugli investimenti che permettono alle imprese Usa di delocalizzarsi all’estero, diminuendo così il controllo delle comunità locali sui loro posti di lavoro. Entrambi credono in politiche immigratorie liberali, e celebrano la diversità culturale che esse producono. Entrambi credono in un maggiore controllo nazionale sulle scuole pubbliche attraverso nuovi testi standardizzati.
Buchanan e Nader, alternativi per tutti i gusti
Poiché le élites dei due partiti si oppongono alla sovranità locale, mentre molti americani medi (inclusi molti Democratici e Repubblicani) la sostengono, l’ambiente è diventato propizio per candidati terzi. Nel 1992 e nel 1996 fu Ross Perot a condurre la crociata contro il Nafta (l’accordo fra Usa, Canada e Messico – ndt), affermando che esso avrebbe cancellato il confine e costretto i lavoratori americani a vivere come i loro omologhi messicani. Quest’anno i candidati a favore della sovranità sono due: a destra Pat Buchanan, che attacca il libero commercio, l’immigrazione e il Wto perché distruggono il carattere nazionale dell’America e attacca il governo federale perché promuove l’omosessualità e il relativismo morale e così mette in pericolo le famiglie americane; e a sinistra Ralph Nader, che attacca le corporation perché delocalizzano le produzioni e così distruggono le comunità americane, e perché rimpiazzano i negozi dei commercianti locali con vaste catene di supermercati tutti uguali che privano le comunità del loro carattere umano e delle loro differenze.
Ciò che colpisce nelle elezioni presidenziali del dopo-guerra fredda, soprattutto in quella attuale, è che i dibattiti ideologici fondamentali non hanno luogo fra i candidati principali, ma li contrappongono insieme ad outsider dal basso che talvolta fanno appello alle masse dei loro stessi partiti. Durante la “guerra fredda” Democratici e Repubblicani, liberal e conservatori, rappresentavano due vasti campi fieramente opposti, che si estendevano dalla cima al fondo della società. C’era una classe operaia nera Democratica e una classe operaia bianca Repubblicana. C’erano uomini d’affari Repubblicani e avvocati Democratici. C’era il New York Times liberal e il Wall Street Journal conservatore. La stabilità politica americana si fondava sul fatto che, più che in Europa, entrambi i partiti avevano legami sia con le masse che con le élites.
Il grande, allarmante dramma della politica americana contemporanea è che la divisione si è spostata da verticale ad orizzontale. Al fondo di entrambi i partiti, fra le classi lavoratrici e i poveri, si trovano coloro che vogliono costruire nuovi muri. I Repubblicani tendono a parlare di muri culturali e i Democratici di muri economici, ma fondamentalmente la classe lavoratrice Usa sembra sempre più innamorata della politica della sovranità, che è proprio ciò che Buchanan e Nader offrono. Al vertice dei due partiti, al contrario, la politica è motivata sempre di più dalla demolizione dei muri: muri che sembrano barriere irrazionali contro il progresso economico e culturale. Le élites democratiche non di preoccupano più circa l’abbattimento dei muri che proteggevano la classe lavoratrice dal punto di vista economico. Sindacati forti, barriere tariffarie, forte spesa pubblica sembrano cose fuori moda. Allo stesso modo, le élites repubblicane non si preoccupano più circa l’abbattimento dei muri che proteggevano la classe lavoratrice dal punto di vista culturale: le leggi contro l’aborto, l’omosessualità e i media osceni. Tali barriere appaiono ugualmente datate e impraticabili.
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