Il giallo di Bill
Quale artista non vorrebbe abitare là dove l’organo centrale del tempo e dello spazio – non importa se si chiami cervello o cuore – determina tutte le funzioni? Nel grembo della natura, nel fondo primitivo della creazione, dove è riposta la chiave segreta del ‘tutto’ “? Queste parole di Paul Klee sono come un ponte che ci piace immaginare idealmente gettato tra le sponde europee delle nostre avanguardie novecentesche e l’oltreoceano dell’Informale americano. Tra la nostra soggettività in esasperata ricerca e il pionieristico impeto che, al di là dell’Atlantico, spingeva gli artisti a non accontentarsi di “rappresentare” il reale in termini riduttivamente mentalistici ma, piuttosto, a “sperimentarlo”, concretamente.
Se la cifra dell’Informale è questa “riscossa del reale”, del mondo che ci contiene e ci circonda, l’”Action Painting” di William Congdon, (di cui la Fondazione che reca il suo nome allestisce una mostra di opere che vanno dal ’79 al ’98 a Buccinasco, Cascina Robbiolo) ne fu sicuramente una grande espressione. In Congdon, tuttavia, nonostante la vertigine di molte opere spalancate sull’ orlo di abissi infiniti (basti per tutte l’esempio di “Rome-Colosseum 2” del 1951) non aggalla mai totalmente quell’assurdità del vivere che, per esempio si palesa nell’ irrequietezza della pura attività di Pollock dove l’ intenzionalità/rapporto con l’altro da sé non lascia mai appagati in nessun luogo. Congdon dirà senza falsi pudori “Io non dipingo COME vedo, ma QUELLO che vedo”. La sua lealtà all’ oggetto è assoluta, anche quando questo oggetto pare evaporare del tutto, come ad esempio nei monocromi degli ultimi anni: ”Ho dipinto la nebbia adesso, vista solo la nebbia, senza alcun segno di oggetto, non essendocene fuori della nebbia stessa”. Il “sentire“ congdoniano è sempre legato ad un ‘tu’ ad un qualcosa o qualcuno a cui rispondere anche nel buio più totale. In questo è forse possibile vedere l’esperienza di “peccato” che dal suo ambiente d’origine di stampo protestante fa mutuare all’artista tutto un “sentire del male del mondo”. Ci è parso inoltre di poter ravvisare nella bella mostra di Buccinasco, un rinnovato emergere di interesse per il discorso sull’ elemento ‘luce’ che già a suo tempo aveva condotto Giovanni Testori a paragonare Congdon ad un abilissimo orefice di arte longobarda. Questo uso della luce è parso a chi scrive non impropriamente paragonabile, nel suo sforzo di continua tensione e rimando alla titanica lotta contro l’oscurità, ai contenuti dell’estetica barocca. Il termine Barocco, infatti, se preso in un’accezione non trita del termine, vuole esprimere soprattutto un dilatarsi all’infinito dello spazio nel moltiplicarsi di superfici, linee luci ed ombre: ”Tutta l’arte del Barocco è piena dell’eco di spazi infiniti e dell’interrelazione di tutto il reale. L’opera d’arte, nella sua totalità, diventa il simbolo dell’Universo, come un organismo vivente in tutte le sue parti. Ciascuna di queste parti tende ad una continuità infinita ed ininterrotta, come i corpi celesti, ogni parte contiene la legge che governa il tutto, in ogni parte opera lo stesso spirito” (A. Hauser).L’opera di Congdon è tutta pervasa dall’ingerenza della luce, anche dove le “colate” nere sembrano respingerla lontano, come i beanti impasti di materia magmatica di ‘Colosseo’ appunto o di ‘Santorini’ o, più esemplarmente le ‘Black Cities’. Intere cascate di luce, ma una luce aurea, giustamente da artigiano dell’oro, si riversano invece nei momenti-rivelazione delle ‘Piazza Venise’ o dello splendore simbolico tutto soffuso di eterno del Taj Mahal, o dell’Acropoli d’Atene. Era presumibilmente così che i fasti barocchi intendevano orchestrare, col bianco candido e il rilucente oro degli stucchi, la trionfante e, non per questo meno sanguinosa, vittoria della vita sulla morte. Ci ha molto commosso rivedere l’ intervista registrata da Red Ronnie poco tempo prima della morte di Congdon, nel suo studio, a Buccinasco. Qui l’artista invita Red Ronnie a tirar su dalla scatola dei suoi colori il ‘Tubo Prezioso’, quello cioè contenente il colore più importante. Red Ronnie non sa che cosa scegliere e vediamo allora un Congdon canuto ed offeso dalla vecchiaia afferrare deciso, se pur con mano tremante, il tubo del colore GIALLO, mentre esclama festoso come un bambino: “È il giallo! Il giallo è IL colore, perché è il colore della luce!”. Questo colore della luce non si arrende nemmeno sotto il pesante velo nero che tutto avvolge in opere come ‘Cimitero San Martino’, poiché il nero da opaco diventa trasparente là dove è opportuno che lo diventi. Il campo ormai sgombro di tutto, perché la fine di tutto è alle porte, in realtà non è affatto uno spazio vuoto, nemmeno adesso: è, infatti, ancora Bill che spiega a Red Ronnie: “C’è un sottrarre che in realtà è solo un aggiungere”.
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