Kafka. L’arte di “corteggiare” la possibilità

Di Frangi & Stolfi
29 Settembre 2000
Uno di noi due ha avuto la fortuna di un testa a testa con Kafka

Uno di noi due ha avuto la fortuna di un testa a testa con Kafka in questi mesi (il motivo è la pubblicazione prossima di una scelta dei “Racconti” nella collana dei “Classici dello spirito cristiano”). Perdonateci la formula un po’ apodittica, ma la nostra conclusione è questa: che la grandezza di Kafka è nella assoluta naturalezza con cui sa farsi piccolo. È un uomo che sgrana gli occhi davanti alla vita, senza mai aver pretese nei confronti della vita stessa. Accetta il sacrificio di subire eventi dalla dinamica imperscrutabile con la mitezza di un martire. E non lo sfiora mai l’idea che una sua iniziativa possa riscattare la negatività del reale. Avesse conosciuto quel “Me”, la sintesi migliore della sua posizione umana sarebbe stato l’evangelico “senza di Me non potete fare nulla”. Non è stato così (con ogni probabilità). Kafka si è sempre definito uomo in attesa. “Mi sforzo di essere un vero aspirante alla Grazia”, confidò al suo giovane amico e ammiratore, Gustav Janouch. “Aspetto e sto a guardare. Forse verrà… forse anche no. Può darsi che quest’attesa quieta-inquieta ne sia il sintomo o sia essa stessa”. Un “sintomo”, un minimo, fragile indizio: Kafka non aveva (probabilmente) incontrato la Grazia, ma aveva certamente percepito la modalità con cui la Grazia avrebbe potuto svelarsi. Per questo si faceva piccolo, senza pretese e senza fatica.

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