Beato Gregoire dei folli

Di Frigerio Valentina
29 Settembre 2000
C’è un cristiano africano che non crede nel mito del “buon selvaggio” e non rispetta le tradizioni locali in materia di trattamento del disagio psichico. Si chiama Gregoire Ahoungbonon ed è un 48enne beninese immigrato in Costa D’Avorio che percorre avanti e indietro la savana per liberare i malati mentali incatenati nei villaggi e ospitarli a centinaia in centri di accoglienza e lavoro. Reportage dal cuore delle tenebre squarciate da una luce

In Africa i manicomi non esistono. I malati di mente vengono legati – nella maggior parte dei casi dai loro familiari – con fil di ferro o catene a ceppi di legno, e lasciati per anni all’aperto, sotto una pianta, oppure dentro a capanne sporche, squallide e cadenti. In compagnia di ragni, mosche e dei propri escrementi, a morire d’inedia. Nell’indifferenza di tutto un popolo c’è un uomo – Gregoire Ahoungbonon– che dà la sua vita per loro. A Bouaké, in Costa D’Avorio, questo immigrato beninese di 48 anni, ha realizzato un’opera no profit. Si chiama San Camillo e, fra le sue varie iniziative, ha attivato 6 centri per malati di mente dove questi vengono accolti, nutriti, avviati al lavoro e inseriti in un contesto normale. Coltivano i campi, vendono al mercato uova, polli e maiali, ricamano stoffe. La maggior parte di loro in questo modo guarisce e viene reinserita in famiglia, la stessa che li aveva imprigionati. Prima di dedicarsi totalmente alla San Camillo Gregoire possedeva una compagnia di taxi, è stato gommista e tipografo. La sua conversione risale a dieci anni fa, quando una serie di apparizioni miracolose e un viaggio in Terra Santa lo convincono ad abbandonare le pratiche magico-religiose, comunissime in Africa, per abbracciare il cristianesimo.

I cinque figli della Madonna
Gregoire dedica oggi tutto il suo tempo alla San Camillo. Ogni mattina alle 6 va a Messa nella cattedrale di Bouaké e trascorre il resto della giornata passando da uno all’altro dei suoi centri, gestiti soprattutto da ex malati che, affascinati dalla sua personalità, hanno deciso di restare e lo aiutano quotidianamente. «E lavorano meglio di quelli che malati non sono mai stati” sottolinea Gregoire. Suo figlio Bruno, un ragazzo di ventiquattro anni, ha “ereditato” la tipografia paterna che gestisce totalmente da solo, riuscendo così a mantenere la famiglia: la mamma e altri quattro fratelli. Con Gregoire andiamo, il 15 agosto, a liberare 5 malati. La data non è casuale, trattandosi del giorno dell’Assunzione. “La Madonna è la mamma di tutti – spiega Gregoire – ed è quella che soffre di più quando i suoi figli soffrono. Come dono per la sua festa ne andiamo a liberare cinque”. Partiamo alle 3 di mattina con due veicoli sotto una pioggia battente e percorriamo una quantità incredibile di chilometri in mezzo alla savana. Insieme a noi ci sono cinque ex malati che stanno per essere reinseriti nelle proprie famiglie. Sul sedile di fianco a me ce ne sono due: nessuno potrebbe immaginare che sono stati dei matti da legare. Quando arriviamo nel loro villaggio natale, dove li aspettano i parenti, ci accoglie una folla composta soprattutto di bambini, tutti desiderosi di tenere per mano dei bianchi, particolarmente rari in quelle zone. Dopo le raccomandazioni e le ricette di medicinali fornite da Gregoire, lasciamo il povero gruppo di capanne. Altri 40 km ci separano da Bondukou, un villaggio musulmano, dove Gregoire è stato informato della presenza di diversi malati, ed è stato richiesto il suo intervento.

Incatenati fra gli escrementi
Uno dei malati è legato da dieci anni per i polsi in un pollaio, coperto degli escrementi delle galline e coi muscoli completamente atrofizzati. Magro, sporco e puzzolente come non abbiamo mai visto nessuno. Non ha più di 25 anni. Gregoire gli dice che è venuto a slegarlo e che verrà con noi a Bouaké. Il ragazzo sorride contento. Gregoire gli sega i ferri. Lo lava e gli taglia i capelli davanti a tutta la gente del villaggio, che ride divertita come fosse a uno spettacolo. L’altro ragazzo è relativamente meno sporco, ma si vede che è stato da poco lavato per l’occasione. La giovane età traspare dai lineamenti del volto. Nonostante sia piuttosto minuto, è legato per un polso a un tronco più grande di lui. Il ferro è troppo stretto e Gregoire non riesce a romperlo con il suo seghetto. Tronco e ragazzo vengono quindi caricati con decisione sulla jeep. Un altro matto che continua a correre in tondo e a calarsi i pantaloni, sale sulla jeep a fare compagnia al nuovo passeggero. Stiamo per ripartire quando alcune donne del villaggio fermano Gregoire pregandolo di seguirle: c’è un altro malato. Dalla barba nera si capisce che è più maturo rispetto ai due ragazzi. Ha i piedi legati con delle specie di manette, che però non gli vengono tolte. E’ molto tardi. Viene vestito e, sotto braccio a Gregoire, attraversa tutto il villaggio a piccoli passi, sotto lo sguardo di tutti, con il sorriso fiero di chi si sente, per la prima volta da chissà quanto, importante. Insieme agli altri tre viene caricato in macchina. Il viaggio tuttavia non finisce qui. Sulla strada del ritorno (non meno di cinquecento chilometri) il malato più vivace salta giù dalla jeep, si toglie i pantaloni e si scarica in mezzo alla strada. Solo Gregoire sarà in grado di farlo risalire in macchina. Nel frattempo cala il buio proprio quando ci inoltriamo nella fitta foresta, dove la strada è diventata quasi impraticabile a causa dell’acquazzone. Sono ormai le undici di notte quando le luci della nostra jeep cominciano ad affievolirsi, fino a spegnersi definitivamente. Per fortuna i nostri compagni di viaggio si accorgono della nostra assenza – nel frattempo infatti ci siamo fermati, non vedendo a un centimetro dal naso. Ogni tentativo di riparazione si rivela però inutile.

L‘unica soluzione è che la macchina di Gregoire – una Peugeot prossima alla rottamazione – illumini la strada anche per noi. Le due ore successive saranno le più lunghe della nostra vita, soprattutto per l’autista che guidava già da cinque ore. All’una finalmente tocchiamo il letto, certi di aver festeggiato il Ferragosto nel migliore dei modi. Diverse sono le impressioni della visita al carcere di Bouaké, altra situazione di bisogno in cui opera la San Camillo: trecento uomini raggruppati in un cortile troppo stretto per quei volti che portano tutti il segno di una vita disperata. Accolgono Gregoire come fosse il capo dello stato, tanto che dieci di loro formano un cordone di protezione attorno a noi. Tutti i detenuti si affollano intorno a quell’uomo minuto che gratuitamente porta loro cibo e conforto. Grazie a lui i detenuti hanno potuto ottenere i “bagni” – anche se la definizione è forse eccessiva – che prima non esistevano. Con le conseguenze che potete immaginare. Sembra il racconto di un’avventura romanzata, o di un film. Invece è la vita quotidiana di Gregoire. «Ma perché lo fai?», gli chiediamo. «Quando libero un malato, libero Cristo. Quando lavo un malato, lavo Cristo. Quando lo accolgo, accolgo Cristo ».

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