Per noi Bruxelles è peggio di Roma

Di Respinti Marco
05 Ottobre 2000
"L'effetto del ‘no’ danese su Svezia e Gran Bretagna è stato enorme: una conferma delle nostre ragioni. È possibile far finta di nulla? Non credo. E adesso aspettiamo di vedere cosa succederà in Italia alle prossime elezioni politiche”. Parola dell’unico eurodeputato del partito danese che ha capeggiato la rivolta all’Ue

Mogens N. J. Camre è deputato europeo: l’unico del Dansk Folkeparti, il Partito del Popolo Danese guidato da Pia Kjaersgaard, che ha capeggiato la rivolta contro l’euro.

Per quali motivi i danesi hanno detto “no” all’euro?
Rinunciare a una politica monetaria nazionale significa rinunciare alla sovranità. L’ingresso in Eurolandia è visto come il sigillo dell’abdicazione totale, il segno di un governo che perde la propria indipendenza. Pochi hanno espresso un “sì” convinto. Una metà buona di loro, lo ha fatto obtorto collo ritenendo di trovarsi impotente di fronte a un processo inevitabile. Eurorassegnati, più che euroeuforici.

Si equipara spesso euroscetticismo e Destra. È così anche in Danimarca?
Da noi la Destra non ha grandi numeri… No, il voto è stato ampiamente trasversale. Con sorprese notevoli: l’80% degli elettori socialdemocratici, la formazione che guida la coalizione di governo, ha votato “no” e idem un terzo dei sostenitori del Partito Conservatore più il 30% dei Liberali, tradizionalmente euroentusiasti. Per molti danesi Bruxelles significa corruzione, incompetenza. e grande spreco di denaro pubblico. Sarà un giudizio semplicistico, ma ha pesato molto. E se euro vuol dire costi altissimi e abbassamento degli elevati standard di vita del Paese, perché sceglierlo?

Un voto del popolo contro i calcoli dei banchieri, dunque?
Certamente. Contro l’Europa dei banchieri, dei tecnocrati e dei burocrati. La riscossa dei cittadini, insomma.

Ci saranno ripercussioni sul governo di Copenaghen?
Il premier Rasmussen, l’uomo delle tante promesse non mantenute, ha personalizzato molto il voto. Agitava lo spettro della crisi economico-fiscale e invece la corona (che mantiene la parità fissa di cambio con l’euro) va benissimo. Il governo non sopravviverà a lungo. Il 2001 chiamerà naturalmente i danesi alle urne, ma credo un po’ in anticipo sul previsto: non oltre la primavera. E i Liberali non appoggeranno più Rasmussen.

Lo stop del 28 settembre inciderà sugli assetti dell’Unione Europea?
Bruxelles sta sostanzialmente facendo lo gnorri. È incredibile. L’effetto galvanizzante esercitato dal “no” danese su Svezia e Gran Bretagna (che non fanno parte di Eurolandia) è comunque enorme: una conferma delle loro ragioni. È possibile far finta di nulla? Non credo. Noi danesi attendiamo peraltro di vedere cosa succederà in un Paese importante come l’Italia alle prossime elezioni politiche. L’atteggiamento di Roma rispetto alla falsa democrazia di Bruxelles e alla negazione delle sovranità nazionali sarà decisivo.

Romano Prodi ha definito il no all’“euro” una questione eminentemente danese. Interna…
È il vecchio tema dell’Europa a due velocità, caro a lui e al Cancelliere tedesco Gerhard Schroder. Se l’esito del referendum ci annovera fra i Paesi lenti quanto a smarrimento di sé, per noi va bene. Restiamo infatti sempre fra i primi quanto a vera democrazia e a crescita economico-industriale. Per quale ragione dovremmo ritenere tutto questo una iattura? Jacques Delors diceva che senza il sostegno della gente, la UE non avrebbe tenuto. Vero. Per questo il mio partito si batte per rafforzare il potere decisionale dei cittadini. Oggi Europa significa Eurolandia da un lato, Danimarca, Svezia e Gran Bretagna dall’altro. Non è una divisione felice, ma la colpa è delle istituzioni europee.

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