La luce del vero (e la sua ombra indelebile)

Di Frangi & Stolfi
05 Ottobre 2000
La luce del vero, mostra-kermesse bergamasca sulla scoperta della luce nella grande pittura europea del ’600 (Bergamo, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, fino al 17 dicembre) si presterebbe a molte considerazioni

La luce del vero, mostra-kermesse bergamasca sulla scoperta della luce nella grande pittura europea del ’600 (Bergamo, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, fino al 17 dicembre) si presterebbe a molte considerazioni. La prima che vi risparmiamo riguarda l’opportunità di far girare in continuazione capolavori di questo tipo per ragioni non sempre plausibili (chi ha contato i chilometri che hanno fatto i Caravaggio in questi ultimi due anni?). Un seconda considerazione riguarda proprio Caravaggio, che, per quanto messo in un consesso di pittori che tirano le conseguenze della sua rivoluzione, in realtà dimostra, ancora una volta, di essere tutto di un’altra pasta. Caravaggio non è il pittore che scopre la luce, semmai è quello che scopre l’ombra, con tutte le consguenze esistenziali che questo comporta. Per capire Caravaggio (presente a Bergamo tra l’altro con un capolavoro assoluto come la “Deposizione” dei musei Vaticani), bisogna esplorarlo nelle zone oscure. Osservate ad esempio le macchie di buio che affiorano nei corpi o sui volti. Potrebbero essere macchie vere, residui di sporco su corpi reali. Ma se osservate bene vedrete che quello sporco è qualcosa di indelebile. È un marchio di peccato. Un precipitato tragico di ombre. Per questo Caravaggio è diverso, perché non fa nessuno sconto al reale: esclude che una luce interiore sia in grado di redimerlo (la Grazia non è luce, è un uomo: Tommaso ne seppe qualcosa). Nel suo caso la mostra avrebbe dovuto chiamarsi il Buio del vero.

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