Abbaglio Kostunica

Di Respinti Marco
12 Ottobre 2000
Sergio Romano mette in guardia dai facili entusiasmi nei confronti del nuovo corso a Belgrado: Milosevic è stato rigettato dai serbi più per aver fallito l’obiettivo della Grande Serbia che per amore della democrazia. I conti del passato non sono affatto saldati: l’equivoco Jugoslavia, nato 81 anni fa, continua a confondere gli europei occidentali

Come un sol uomo, cancellerie e media dell’Occidente salutano l’avvento alla presidenza jugoslava di Kostunica come un trionfo della democrazia e l’alba radiosa di nuovi rapporti con la Serbia. Ma le esperienze del passato, in materia di rapporti coi paesi che vengono dal comunismo, dovrebbero invitare a maggiore prudenza: ex Unione Sovietica, ex Jugoslavia, Albania, Romania, ecc. hanno già dato sufficienti delusioni. Con questo spirito ci siamo rivolti all’ambasciatore Sergio Romano con una domanda: le esperienze del passato serviranno a qualcosa nei rapporti fra l’Occidente e la Jugoslavia del dopo-Milosevic? Secondo Romano decisamente sì: “Nel panorama politico-culturale serbo – dice -, Milosevic non è una figura atipica che sorge dal nulla. Tutto inizia nell’Ottocento, quando una situazione già intricata pone domande decisive sul futuro assetto della regione balcanica. L’idea della Grande Serbia nasce da un popolo ben consapevole delle proprie aspirazioni nazionali e nel 1919 trova una prima concretizzazione nella creazione della cosiddetta Prima Jugoslavia, il regno di Pietro Karageorgevic. Ma per esempio per i croati è subito un problema. Il crollo del regno nel 1941 ipoteca ancora più pesantemente il futuro: molti, troppi dimenticano, sovente di proposito, che la seconda guerra mondiale è stata anche una feroce guerra fra serbi e croati. È il passato a spiegare la cronaca. La Seconda Jugoslavia, quella comunista di Tito, è stata vissuta dai serbi come un’ulteriore pesante penalizzazione. Per questo il ‘granserbismo’ riesplode subito alla caduta del regime. La scelta degli occidentali pro Croazia e pro musulmani di Bosnia ha infine esasperato una situazione già tesissima. Credo che la storia della guerra del Kosovo vada un giorno riscritta, ma è palese che la bocciatura elettorale di Milosevic si spiega con il suo fallimento a realizzare una volta per tutte la Grande Serbia”. Non s’illude il diplomatico italiano: “Attenzione: dire semplicisticamente che il despota è stato cacciato da una democrazia serba trionfante che finalmente chiude questioni ataviche può essere una leggerezza pericolosa. Milosevic è stato rigettato perché ha mancato un obiettivo che per un gran numero di serbi resta valido”. Si dice che il problema dei Balcani sia – come in Medio Oriente – il numero dei popoli eccedente sempre di uno rispetto alle terre. Vero solo se vale il principio ein Volk, ein Reich. Che però è un falso. Eppure anche l’Unione Europea, che dovrebbe rappresentare il superamento dell’esclusivismo nazionalista, dà segni di grave cedimento. Strumento di pace fra le nazioni, non ha evitato 50 anni di guerra civile europea crudele e nefasta, detta ‘fredda’, ma in realtà torrida. E i Balcani li ha osservati dalla finestra massacrarsi per quasi dieci anni. Forse occorre tornare alle scienze politiche ripetendo quotidianamente, come una litania, un dogma base: si tratta di scienze non esatte. Che nemmeno le ‘bombe intelligenti’ rigorizzano. E che la virtù politica per eccellenza resta quella definita a suo tempo da Aristotele: la prudenza”.

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