Chi sono i reazionari

Di Da Rold Gianluigi
12 Ottobre 2000
Da Scalfari al pool di intellettuali che firmano un appello contro interpretazioni storiche che “erodono l’assetto democratico della società italiana”. Tranquilli, non è successo niente. Solo un piccolo Risorgimento. Bilancio della più nevrotica delle polemiche del 2000

Sono state le giornate del Giubileo giovanile e poi quelle del Meeting di Rimini a far saltare i nervi di certi laici. Ad aprire il fuoco ha cominciato, il 20 agosto, Rossana Rossanda, su “Il Manifesto” con un fondo polemico nei riguardi del raduno di Tor Vergata dal titolo “L’afasia dei laici”. E invece, forse pungolati dall’accusa di afasia, i cosiddetti laici hanno cominciato a cimentarsi in un torrente di parole. Eugenio Scalfari ha scritto di non aver visto la mostra sul Risorgimento di Rimini, ma di fidarsi del cronista di “Repubblica”: in parole povere, trattasi di provocazione clericale e sanfedista. A ruota è arrivato Indro Montanelli (anche lui senza aver visto la mostra di Rimini) che spiegava “al colto e all’inclita” la reazione clericale. Seguono “nonno” Giorgio Bocca e “nipote” Curzio Maltese (anche loro della serie, “non l’ho vista ma condanno”). Non poteva mancare Sandro Viola (fonte confidenziale della Residentura del KGB di Roma, nome in codice Zhukov – Rapporto Impedian n° 5) nella denuncia del complotto sanfedista. Ci ha messo del suo anche lo storico Pietro Scoppola, cattolico che ha sempre amato i cosiddetti laici , appena poco meno dei comunisti. Infine è arrivato il miglir azionista, Alessandro Galante Garrone, che in un editoriale della Stampa ha denunciato addirittura “la contestazione dei valori risorgimentali si collega a un rifluire di ideologie reazionarie, di speranze di rivincita di sconfitti dalla storia, di propositi di erosione dell’assetto democratico della società italiana…” E via a segurie un appello subito controfirmato da una settantina di amici intellettuali. Insomma un tormentone. Ma perché tutto questo nervosismo laico?

Ma dove sta scritto che “tutto è relativo, tranne il Risorgimento”?
In fondo la mostra sul Risorgimento a Rimini che caso è? Basta leggere la biografia di Cavour scritta da un vero laico, anche scomodo, come Rosario Romeo per comprendere che la vulgata storiografica del Risorgimento, insegnata nelle scuole e illustrata sui libri di testo, è diventata ormai un monumento burocratico e contiene qualche cosa di involontariamente comico se non viene spiegata, aggiornata? Nel pur grande disegno risorgimentale dell’orleanista conte di Cavour c’erano smagliature evidenti. Il conte parlava più volentieri in francese che in italiano. Si era spinto un paio di volte al di sotto di Firenze. In politica aveva le sue giuste spregiudicatezze, come quando cercò di corrompere, tangetiziamente, la delegazioni turca e russa al congresso di Parigi dopo la guerra di Crimea (1856). Gli scontri tra Cavour e Garibaldi, tra Cavour e il “pregiudicato” Mazzini, tra Garibaldi e Mazzini sono noti a qualsiasi studente svogliato. Il contrasto tra Cavour e Vittorio Emanuele II arrivò all’insulto per la pace di Villafranca (notte del 12 luglio 1859 a Monzambano). Le tresche del re con la nota Rosina erano coperte e usate da Urbano Rattazzi (uno di sinistra passato a destra con Cavour, un prototrasformista) contro il conte. Tutta la spedizione dei “Mille”, pur nella sua epopea, puzza lontano un miglio di tangenti pagate con l’aiuto del banchiere barone James de Rotschild alla Marina borbonica nello sbarco di Marsala e poi all’esercito di Franceschiello in alcune epiche e discutibili battaglie. E sorvoliamo sul doppiogiochismo glorificato del ministro di polizia del re Francesco II, Liborio Romano.La fine di Garibaldi la conoscono tutti. Finì a Caprera in una sorta di confino per nulla volontario. Consegnò il Regno delle due Sicilie al re di Sardegna perchè i suoi uomini erano stanchi. Si conosce anche il dopo-Cavour. Nel marzo 1861, Marco Minghetti, il ministro degli Interni, presentò il suo progetto sul decentramento amministrativo, ispirato al modello delle amministrazioni comunali inglesi: rispetto e valorizzazione delle tradizioni locali, delle identità regionali e dei vecchi patriottismi municipali. Il 9 ottobre di quello stesso anno fu estesa invece, per decreto, a tutto il Paese la legge piuttosto odiosa del 1859, applicata alla Lombardia: un regime amministrativo fortemente centralizzato. Fu istituito il prefetto, rappresentante del governo nelle province del regno, fu abbandonato il modello inglese e adottato il modello francese, napoleonico e giacobino. Che cosa era successo in poco tempo ? Era scoppiata la guerra del brigantaggio ed era emersa con evidenza la precarietà nazionale e internazionale dello Stato unitario. I piemontesi mandarono nell’ex Regno delle due Sicilie più uomini di quanti gli americani hanno inviato in Vietnam. Vittorio Emanuele II non ebbe neppure la sensibilità di cambiare nome, di diventare “primo” re d’Italia, ma continuò a essere “secondo” come se l’Italia fosse stata acquisita al regno di Sardegna. Si può o non si può discutere su questa vicenda? Anche se, nel tentativo di una revisione storica, si fosse arrivati a una sorta di provocazione, che cosa è successo di così tanto grave da procurare una “frattura” nella coscienza civile del Paese ? Forse erano migliori le revisioni dei giovani sessantottini che scrivevano e urlavano: “Lo stato si abbatte non si cambia” ? E in quel periodo, ovviamente, i laici incavolati di oggi, firmavano contenti per “la revisione” del concetto di Stato e della storia italiana.

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