L’arte cristiana: una lotta contro l’Angelo
Perché la Chiesa ha perso il treno dell’arte? Perché immagini così annacquate, quando non orrende, popolano le nostre navate? Abbozziamo una risposta: perché la Chiesa insegue l’idea di un’arte sacra invece di cercare spezzoni di cristianesimo dentro l’arte. Gli esempi, ben tre, sono sul piatto dell’attualità. Hermann Nitsch, austriaco, che a Milano espone alla nuova galleria Cannaviello le sue visioni sacrificali, fondate su performance che evocano ossessivamente il tema cristiano del sangue salvifico. Una mostra del grandissimo Beuys, a Venezia, presenta un’installazione in cui l’artista raccontò di essersi ispirato alla lancia di Longino, il soldato romano che trafisse il costato di Cristo. Infine Yves Klein, la cui straordinaria mostra, dopo Nizza, è arrivata a Prato. E tra le cose esposte c’è anche quell’ex voto in forma di piccolo polittico portatile, che l’artista lasciò, in assoluto incognito, al santuario di Santa Rita, a Cascia. Non c’è nessun alone sacro nelle loro opere. Ci sono spezzoni di una memoria. Scorie non espellibili di un’esperienza sfiorata. Racconta la Bibbia che Giacobbe dopo aver lottato con l’angelo portò sulla sua carne il segno di quell’incontro-scontro con Dio: fu sciancato per tutta la vita. Per questi artisti è lo stesso: senza volerlo portano dentro la loro arte (che è poi un prolungamento della loro carne) il segno di un incontro-scontro fatto. Il che è poco religioso ma molto cristiano.
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