Lettere 42

Di Tempi
20 Ottobre 2000
Palestrato ma non Pietro (Taricone) dal fronte scuola. Con un caso Eumit e un’eco (mediorientale) dalla Valzasina

Caro direttore,
da circa dodici anni, combatto in una postazione di periferia nel Nord Italia, in una scuola media inferiore di una cittadina di provincia chiamata Meda. Siamo male equipaggiati, senza viveri di scorta, con pochi collegamenti e con pochissime munizioni. Lo scorso anno scolastico, il nostro nemico mortale, la burocrazia, sotto l’alto comando del Gen. Berlinguer, ha preso il sopravvento dopo un massiccio bombardamento effettuato con circolari ministeriali a lunga gittata. Albert Einstein, in una lettera al fisico polacco L. Infeld, nel lontano 1950 scrisse: “Prima del nostro tempo l’uomo era essenzialmente un giocattolo nelle mani delle cieche forze della natura; oggi siamo un giocattolo nelle mani della burocrazia. Tuttavia l’uomo accetta questo ruolo”. Qui stiamo vivendo ora per ora ciò che lo scienziato affermò mezzo secolo fa. Perché molti miei colleghi accettano questo ruolo? Forse perché la burocrazia mentre ti tortura ti dà un ruolo e la illusoria sicurezza che sotto il suo tallone almeno esisti? Molti insegnanti hanno abbandonato le armi del desiderio e dello stupore di conoscere e comunicare ciò che si conosce – altrimenti perché fare scuola? – per piegarsi alla osservanza acritica delle regole imposte dalle circolari ministeriali e all’ossequio supino, se non carponi, delle deliberazioni del collegio docenti. Le pseudoragioni delle liturgie scolastiche assembleari e delle circolari ministeriali prevalgono sulla realtà delle persone e delle cose. In nome della scuola dell’obbligo e dell’autonomia scolastica è morta la libertà di insegnare e quella di imparare. La scuola come luogo di acquisizione di conoscenze è un pretesto; se, di fatto, facendola diventare un contenitore di attività, si elimina il rapporto maestro discepolo significa che il vero obiettivo è il controllo sociale. Tra attività integrative che si svolgerebbero meglio fuori di scuola: arte dei giardini, educazione alimentare, decoro artigianale e artigianato locale, ecc., ecc.; assistenze in mense rumorose e anguste e studio guidato (sic!), il tutto svolto a duecento all’ora, si ha l’impressione di essere diventati degli animatori, con un magro stipendio, di un brutto villaggio turistico. Ma non preoccupiamoci: lo Stato veglia su di noi. Con la certezza di dover resistere
Amedeo Zottola, Barzago (Co)

In principio furono le parole del fratellino Franz Kafka: “Le catene dei popoli sono fatte con le carte dei ministeri”. Poi ci fu zio Pasolini, che – addirittura dalle colonne perbene del Corriere della Sera – 25 anni fa avanzò “Due modeste proposte per diminuire la criminalità in Italia: abolire la scuola dell’obbligo e la Tv”. Noi oggi siamo a rivedere per il 25° anno di fila sempre lo stesso film: la scuola dei passacarte produttori di catene, con la regia del Ministero della P.I. e la sceneggiatura dei sindacati (leggi Cgil scuola). Attori e comparse, va da sé, insegnanti e studenti. La soluzione non c’è, e ogni speranza è affidata alla resistenza personale di chi pratica il “no, grazie, invece di fare lezione secondo le carte o scioperare secondo i giornali o andare al catechismo secondo i centri sociali, tutti a ricominciare con la libertà, l’ordine e l’autorità, senza falsi giovanilismi, con il buon giorno, la buona sera, gli studi matti e disperatissimi”. E chi non ci sta che si trovi un mestiere o segua Pietro (Taricone), il simpatico campione (e consigliere comunale per la Lista Dini) del sotto vuoto spinto. Che di destra o di sinistra esso sia, è sempre un ottimo viatico a una vita da cavalli che ingrassano sotto l’occhio del padrone”. Saluti alla Brigata Zottola.

Caro direttore,
sa per caso che fine ha fatto la Eumit? Una notizia, come una meteora invisibile, è stata ascoltata in televisione, tra una mozzarella e una minestrina serale, e non si è potuta leggere in alcun giornale, salvo errori. La “notizia invisibile” e appena percepita, spiegava che la Procura di Torino aveva archiviato il “caso” della Eumit. Quale “caso”? Mistero. Ma meno misteriosa era la Eumit, con sede a Torino. La Euro Union Metal Italiana Torino era una società fondata nel 1974, tra due soci “prestigiosi”: la Germania dell’Est, anzi più direttamente la Stasi, famigerato servizio segreto di Pankow dell’aguzzino generale Eric Mielke, e il PCI dell’allora superamministratore Armando Cossutta. Naturalmente la Stasi aveva il 51 per cento del pacchetto azionario, mentre i comunisti italiani il 49 per cento. Mielke metteva in campo il suo miglior brasseur d’affaires, Alexander Schalk-Golodkowski, chiamato affettuosamente Dicke Alex dai compagni tedeschi e, altrettanto affettuosamente, Alessandrone, dai compagni italiani. La ragione sociale della “benemerita” comunistissima Eumit era la lavorazione e il commercio di prodotti metallurgici. Insomma una bella società mista (ce ne erano 31 a Torino, su 350 in Italia negli anni Settanta, tra PCI e paesi dell’Est) che facevano ottimi affari e distribuivano tangenti di qui e di là del Muro di Berlino. La Eumit non è un “caso”, ma un esempio emblematico dei rapporti tra PCI e Paesi del comunismo reale, un esempio anche di sabotaggio economico nel mercato italiano, uno spaccato di collusioni oscene tra servizi segreti dell’Est, ex PCI e aziende italiane. Insomma un bel crogiolo di affari sporchi. Tra le altre “piccole cose” collegate alla Eumit, c’è pure il famoso debito saldato, a quanto si dice, da Primo Greganti, dopo un viaggio lampo a Berlino Est, a una certa Ecolibri: un miliardo e cinquanta milioni che pesavano sulla sorella, niente meno, che dell’ultimo segretario picista e del postcomunista, in Italia, Achille Occhetto. Una vicenda confusa e complicata, sulla quale uno dei “factotum” italiani della Eumit, tale Gian Luigi Regis di Torino, sapeva molto. Ma Regis profetizzava la conclusione della vicenda, confidando a Valerio Riva (autore di “Oro da Mosca”): “Lo scandalo dell’Ecolibri? La scoperta delle compromettenti relazioni con il PCI e con la Stasi? Quelle sono bazzecole”. Da archiviazione. Come volevasi dimostrare. Jannacci nel suo famoso “Quelli che”, cantava pure: quelli che la mafia non ci risulta. Nella gobettiana, azionista, giacobin-moralista, comunista Torino si potrebbe cantare: quelli che la Stasi e la Eumit non ci risulta.
Gianluigi da Rold, Milano

“Si potrebbe andare tutti alla Statale, per vedere da lontano le bestie feroci e vedere di nascosto l’effetto che fa. Sprango anch’io. No tu no. Sprango anch’io. No, tu no. Ma perché? Perché sei di Ao”. Ps: Trattasi di canzoncina degli anni settanta in voga tra gli studenti, specie degli istituti tecnici milanesi, ricalcata su un altro noto motivo di Jannacci. ‘Ao’ era la sigla di Avanguardia Operaia, che in effetti alle spranghe preferiva le chiavi inglesi. Uno dei suoi leader, Vincenzo Vita, è oggi sottosegretario al Ministero delle Telecomunicazioni e si limita a multare le Tv via satellite, a botte di 1 miliardo al mese di media. Ma poi non devolve neanche ai poveri, mette nelle casse dello Stato (vedi editoriale).

Caro direttore, ho letto la notizia che hanno distrutto la tomba di S. Giuseppe e ho visto le fotografie con quello che è rimasto: un cumulo di macerie. Mi dispiace molto di questa guerra tremenda che è una guerra ideologica, frutto di un odio accanito. Io ho visto la tomba di Giuseppe e auguro a tutti una volta nella vita di poterla vedere perché è un grande segno di speranza per l’avvenire di questo povero nostro mondo. Sulla stampa la notizia è comparsa come una vittoria dei musulmani, ma questa è una grave sconfitta per tutti. Questa violenza gratuita è l’affermazione di una modalità di affronto della realtà che vuole la violenza come legge dei rapporti tra le persone. Io sono molto triste e mi auguro una mobilitazione generale, gridare forte lo sdegno di simili gesti di terrore. Bisogna che questi luoghi siano riconosciuti come patrimonio dell’umanità e che tutti gli stati del mondo si sentano responsabili perché questi luoghi siano conservati per sempre, perché simili gesti non si ripetano e venga garantita la ricostruzione di questo grande segno di presenza della continuità fisica della presenza misericordiosa del Mistero nel mondo.
Giuliana Valzasina, Milano

Abbiamo visto il cumulo di macerie, le mani insanguinate del sangue di un soldato israeliano trucidato, la foto di un cadavere buttato dalla finestra, l’odio predicato come servizio reso a un dio. Dopo di che resterebbe soltanto la paralisi di fronte a queste opere, che non hanno patria in nessun cielo, ma certamente un’ambasciata in molti inferni. Un cuore semplice che grida “alla presenza misericordiosa del Mistero nel mondo”, è una bella sorpresa. E detto tra noi, cara Valzasina, l’unica.

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