Qua la mano

Di Newbury Richard
27 Ottobre 2000
La vera storia di Clint Hallam, l’uomo che rifiuta l’arto che gli è stato trapiantato e che (soprattutto) ha infranto le speranze di carriera politica di un luminare della chirurgia francese. Che sia una parabola?

Di solito, quando qualcuno ci dice “Posso darti una mano?”, gli siamo grati. Questo accade specialmente se la persona che offre aiuto è un dottore altamente qualificato. Ma il cinquantenne neozelandese Clint Hallam, che due anni fa è stato il primo uomo a sottoporsi al trapianto di una mano, vuole ora restiuire l’arto perché sia la sua mano che la sua vita sono un disastro. Eppure la squadra di chirurghi francesi che a Lione ha ottenuto questo primato assoluto nella scienza medica, innestando non solo la mano, ma anche muscoli, tendini, ossa, nervi e vasi sanguigni, non ha alcuna intenzione di ghigliottinare il proprio manufatto.

Effetti collaterali
I trapianti di organi interni non sono visibili, ma Hallam deve nascondere la sua nuova mano destra – che apparteneva a un motociclista francese – non solo perché è più lunga di quella sinistra, ma anche perché su di essa è ben visibile, in corrispondenza della sutura, una pronunciata cicatrice a forma di V. Le dita hanno pelle umana invece che unghie e la sua carne, di un pallore mortale, è punteggiata di rosso là dove è in atto il rigetto. Gli effetti collaterali delle medicine anti-rigetto sono il diabete, la dissenteria cronica e il costante timore che un banale raffreddore possa trasformarsi in una polmonite fatale. Le sensazioni che Hallam prova nella “sua” mano, attraverso cui scorre il sangue, variano dal formicolio a una manciata di carbone bollente. E deve portare i guanti perché i bambini non si mettano a urlare e perché le persone sedute accanto a lui non vomitino. Hallam ha accettato di sottoporsi all’operazione credendo che – queste le sue parole – “mi sarei svegliato constatando che la vita era tornata alla normalità, ma ho scoperto di essere ancora più menomato di prima”. Per essere sottoposto a quella sperimentazione, si è dato a dei professionisti, ha girato da Osaka a Rio (l’incidente è accaduto nel 1984) e infine è giunto in Australia dove il professor Earl Owen di Sydney ha accettato la sfida, senza però ottenere il permesso di cercare un donatore. Secondo Hallam “fino all’inizio degli anni Novanta, l’idea di poter usare l’arto di un donatore morto faceva inorridere anche alcuni eminenti chirurghi. Tutti mi chiedevano come avrei fatto a vivere in un mondo alla Frankenstein, ma io non l’ho mai vista in questo modo. Ho sempre pensato che nulla potesse superare una cosa vera che funzionava”.

Quando si dice che “la scienza è neutrale”
Il St. Mary’s Hospital Paddington di Londra, il nosocomio dove sono nati i principi William e Harry, si è rifiutato di fornire aiuto per ragioni etiche e così nella baruffa ha finito per entrarvi anche la politica. Il dottor Jean-Michel Dubernard, dell’Ospedale Edouard Herriot di Lione, non era solo il chirurgo più prestigioso della squadra francese che ha operato Hallam, ma anche il vicesindaco della città e pure un senatore conservatore deciso a battere “les anglo-saxons” in America, a Londra e in Australia. L’operazione è stata tenuta ultra-segreta e poi si è trasformata in una gara da vincere soprattutto contro una squadra di chirurghi americani già ben nota ad Hallam. “Sulla data dell’operazione calò il silenzio perché i francesi non volevano essere battuti al tavolo operatorio”, dice Hallam. “Io arrivai dieci giorni prima di essere portato in sala operatoria, ma venne tenuto tutto nascosto. Per quanto riguarda la stampa, il sottoscritto è esistito solo dopo l’operazione”. Rimuovere oggi quella mano significherebbe accettare l’idea che la carriere politica del dottor Dubernard, attualmente in rapida ascesa, è stata sconfitta. Il medico sostiene che Hallam è depresso e irrazionale, e che dovrebbe intensificare la terapia anti-rigetto; ma questa volta lo si è sottoposto a un monitoraggio assai scrupoloso. Hallam rifiuta tutto mentre sa che il suo corpo rifiuta una mano moribonda per la seconda volta. Come ha detto a Dubernard, “sono psicologicamente distaccato da essa. Nel momento in cui è iniziato il rigetto, mi sono reso conto che, dopo tutto, quella mano non mi apparteneva. Se questo è quanto dovrò patire per tutto il resto della mia vita, preferisco non avere quella mano”. A Las Vegas – luogo adattissimo -, Hallam sta scrivendo un libro intitolato “Wasted Days and Wasted Nights”, giorni e notti sprecate, in cui racconta la delusione di aver accettato la mano di uno sconosciuto. C’è da sperare che venga finalmente costretto a fare i conti con ciò che dà vita sia a lui, sia a quella sua mano destra.

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