La settimana internazionale 43
Costa D’Avorio: come mandare in malora un esperimento riuscito di convivenza multietnica
Mentre Tempi va in stampa non sono ancora disponibili i risultati definitivi delle elezioni presidenziali in Costa D’Avorio, e quindi non è ancora noto il nome del presidente eletto. Ma è certo, lo diciamo senza retorica, il nome dello sconfitto: il popolo ivoriano. Che vinca il generale golpista Robert Guei oppure l’oppositore post-socialista di lungo corso Laurent Gbagbo, il dato di fondo veramente degno di nota è un altro: un salto di qualità nel processo politico che porterà la Costa D’Avorio, un tempo modello di stabilità, convivenza multietnica e discreta crescita economica fra i paesi dell’Africa occidentale, sulla via della disgregazione e dell’anarchia sul modello di Liberia e Sierra Leone. Una prognosi tanto infausta va giustificata.
C’era una volta il paese africano che accoglieva gli immigrati a braccia aperte…
Per non pochi anni la Costa D’Avorio, ex colonia francese retta dal dispotismo illuminato del presidente-padre della patria Felix Houphouet-Boigny, ha incarnato il mito della tolleranza africana e del perfetto crogiolo multietnico, contrapposto allo sciovinismo e alla xenofobia di altri stati africani e di vari paesi europei. Mentre in Nigeria gli immigrati venivano cacciati a bastonate, in Francia venivano caricati sugli aerei e in altri paesi europei erano circondati dall’ostilità o dall’indifferenza, in Costa D’Avorio venivano accolti ed assimilati senza problemi, al punto che oggi la popolazione ivoriana di 15 milioni di abitanti è composta per il 40% di africani originari di altri stati. D’altra parte il boom economico del paese negli anni Settanta-Ottanta, centrato sul cacao ed altre agroesportazioni, è stato reso possibile, oltre che da sagge politiche dei prezzi, dalla manodopera a buon mercato degli immigrati.
…perché non li considerava stranieri, ma fratelli separati da confini artificiali…
A facilitare le cose ha contribuito la composizione etnica originaria della Costa D’Avorio: i gruppi principali erano e sono quattro, gli akan nel sud-est, i krou nel sud-ovest, i voltaici nel nord-est e i mandingo nel nord-ovest. La maggior parte degli immigrati, provenienti da Burkina Faso, Mali Guinea, Ghana, ecc. appartengono a questi gruppi, e dunque non sono percepiti, in senso stretto, come stranieri. Eppure oggi la Costituzione ivoriana stabilisce condizioni talmente rigide in termini di nazionalità a coloro che intendono concorrere a cariche elettive, che il padre della patria Houphouet-Boigny non potrebbe più diventare capo dello Stato! Come è stato possibile un tale cambiamento nel giro di appena sette anni (l’ex presidente è morto nel ’93)?
…poi morì il Padre e venne il tempo della lotta fratricida…
Tutto è cominciato nel ’95 con la rivalità politica fra Henri Konan Bedié, successore di Houphouet-Boigny, e Alassane Ouattara, ex primo ministro. Il primo è una baoulé cristiano del sud-est, come il suo predecessore, il secondo un voltaico musulmano del nord-est. Per eliminare dalla corsa presidenziale il pericoloso concorrente, molto apprezzato all’estero per le qualità dimostrate come dirigente del Fondo monetario internazionale e della Banca per lo sviluppo dell’Africa occidentale, Bedié non trovò di meglio che accusarlo di non essere ivoriano al 100% (la madre sarebbe di origine burkinabé) e varare un codice elettorale tagliato su misura per escludere i candidati come Ouattara. Il quale non tentò nemmeno di presentarsi e rimase all’estero temendo di venire arrestato.
…il generale tentò di porre riparo, ma subito si innamorò del potere…
La presidenza Bedié è stata tuttavia un tale disastro in termini di recessione economica e corruzione della vita pubblica che nel dicembre scorso i militari, per la prima volta nella storia del paese, si sono sentiti autorizzati ad intervenire. Il generale Guei si è impadronito della presidenza ma ha promesso di restituirla ai civili nel giro di pochi mesi. Ha formato un governo di unità nazionale a cui hanno aderito tutti i principali partiti: quello del presidente dimissionato, quello di Gbagbo e quello di Ouattara. Dopo pochi mesi, però, è stato chiaro che Guei stava facendo proprie le stesse politiche ultranazionaliste e di esclusione inaugurate da Bedié. Dodici dirigenti del partito di Ouattara sono stati arrestati, mentre si verificavano altri due tentativi di golpe. Dei 18 candidati alle presidenziali solo 5 sono stati ammessi dalla Corte costituzionale: tutti gli altri, fra cui Ouattara, sono stati esclusi per mancata conformità al codice sulla nazionalità. E’ stato invece ammesso il generale Guei, che dieci mesi fa aveva promesso che non si sarebbe presentato.
…e cominciò la discesa agli inferi del paese più stabile dell’Africa
La vicenda ivoriana ha qualcosa di unico: l’ondata xenofoba e particolarista non è partita dal basso, da un malessere sociale per eccesso di immigrazione o da recriminazioni regionali, bensì dall’alto: sono state le élites a invocare la questione dell’identità nazionale ivoriana come ideologia e strumento di una lotta per il potere. Ma ora le forze incautamente invocate potrebbero materializzarsi a livello sociale e territoriale. E per il miracolo Costa D’Avorio, già appannato sin dagli ultimi anni del regime di Houphouet-Boigny, sarebbe veramente la fine.
Uno strano voto amministrativo nel Kosovo sospeso
Elezioni che vanno, elezioni che vengono: sabato 28 il Kosovo vota per eleggere gli amministratori di 29 municipalità. Dopo anni di boicottaggio delle elezioni jugoslave, i kosovari scelgono per la prima volta liberamente fra più partiti sotto la supervisione della comunità internazionale attraverso l’Unmik, la missione dell’Onu che amministra il territorio. Fra i contendenti primeggiano l’LDK di Ibrahim Rugova, leader storico dell’autonomismo kosovaro, e il PDK di Hashim Thaqi, erede della guerriglia dell’UCK. Secondo sondaggi di qualche mese fa, il partito di Rugova dovrebbe doppiare quello di Thaqi per 40 a 20, mentre il resto del voto andrebbe ai partiti minori. Ma essendo la prima volta che si vota liberamente, i pronostici rischiano di essere azzardati. Molto nitido invece il giudizio di padre Lush Gjergji, carismatico esponente della comunità cattolica, sulla tornata elettorale nel suo insieme: “Sono elezioni folkloristiche: non si sono visti programmi, solo sfilate e slogan. La gente voterà per pura simpatia politica”.
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