Leggere, non solo per diletto…
“Attenzione all’abuso sconsiderato dei farmaci e dell’alcol, guardarsi dalle radiazioni ionizzanti e niente fumo”. Non sono le indicazioni dell’ultima campagna del ministero della Sanità firmata Umberto Veronesi, ma una sintesi del programma sanitario del Terzo Reich. Nonostante certe sue personali propensioni non esattamente umanitarie in merito alla soluzione di antichi e noiosi problemi medici come le malattie mentali o l’handicap, sembra infatti che Hitler fosse all’avanguardia in quanto a “politiche salutiste ed ecologiche”. Perlomeno così assicura Robert N. Proctor, professore di storia della Scienza all’Università della Pennsylvania e autore del volume ancor fresco di stampa “La guerra di Hitler al cancro”, presentato nella pagina della cultura del Corriere della Sera il 25 ottobre scorso, che illustra un nazismo, “visto da molti (sic!) come una fonte di rigenerazione della sanità pubblica”. Se sull’opportunità di una tesi come quella del bizzarro professor Proctor è lecito conservare qualche perplessità, i temi del salutismo e dell’ecologismo hitleriano sono la migliore provocazione per portare alla luce del sole le insospettabili radici di tante posizioni care ai progressisti di casa nostra – da certo ambientalismo, ai temi caldi dell’eutanasia e del controllo delle nascite. Impresa affrontata con successo, e con ampia documentazione delle fonti, dall’amico e collaboratore di Tempi Antonio Gaspari, nel suo prezioso “Da Malthus al razzismo verde” (edizioni Ventunesimo secolo, £. 30,000). Vincenzo Sansonetti ci segnala invece il secondo romanzo di Rino Cammilleri, “Sherlock Holmes e il misterioso caso di Ippolito Nievo” (edizioni San Paolo, £. 32,000): “originale e scoppiettante poliziesco in cui, alla fine del XIX secolo, si incontrano un personaggio di fantasia, Sherlock Holmes, e altri invece realmente vissuti, in prima fila Don Bosco. Ma ci sono anche don Cafasso, la marchesa del Barolo, il beato Faà di Bruno: figure eminenti del cattolicesimo sociale piemontese di fine Ottocento. Cosa c’entrano con l’investigatore più celebre di tutta la letteratura? C’entrano, eccome… Se poi accoppiamo all’indagine sulla scomparsa di Ippolito Nievo, scrittore e cassiere della spedizione dei Mille, l’ancor più delicata inchiesta sul ‘rapimento’ della Sindone, ecco un sicuro mix di colpi di scena ed emozioni mozzafiato”. Una bella occasione per la lettura (o ri-lettura) delle opere di Eugenio Corti viene dalla consegna allo scrittore, lo scorso 27 ottobre, del prestigioso Premio Internazionale Medaglia d’Oro al merito della Cultura Cattolica, come “autore che ha restituito alla letteratura italiana del secondo Novecento la sua funzione e il suo ruolo di scandaglio del cuore umano”. È proprio partendo dal “guazzabuglio del cuore umano”, affrontato con tutte le risorse della sua arte, che l’autore di Besana Brianza – non a caso definito “il Manzoni del XX secolo” – si spinge fino alla ricostruzione delle vicende storiche: come nell’epico affresco d’Italia del capolavoro, “Il cavallo rosso” (Ares, 1983) – in questi giorni è in stampa l’edizione americana curata dalla prestigiosa Ignatius Press di San Francisco, oltre all’edizione tedesca – o nei più recenti “La terra dell’Indio” (Ares, 1998) e “L’isola del Paradiso” (Ares, 2000). Mentre l’occasione per una piacevole riscoperta di Albert Camus è offerta dal Centro Culturale di Milano che il prossimo 9 novembre, per il 40° anniversario della morte del pié noir (cittadino francese nato in Algeria), organizza l’incontro “Albert Camus. L’amore all’inevitabile e il senso religioso”, un viaggio attraverso le opere e la personalità di uno dei massimi scrittori francesi del Novecento (Nobel per la letteratura a soli 44 anni, nel 1957) accompagnati dallo scrittore Luca Doninelli e da Jean Pierre Lemaire, Grand Prix dell’Academie Française per la Poesia 1999. Un autore scomodo (denunciò per primo e con grande scandalo i Gulag) rimasto sempre isolato, mai integrato nell’industria culturale – al contrario del coetaneo Sartre. Chi si domandasse il perché, rifletta sulle osservazioni tratte dai suoi Taccuini (Bompiani, 1992).
“Ciò che la sinistra collaborazionista approva, passa sotto silenzio o considera inevitabile, alla rinfusa: 1) la deportazione di decine di migliaia di bambini greci; 2) la distruzione fisica della classe contadina russa; 3) i milioni di prigionieri nei campi di concentramento; 4) i rapimenti politici; 5) le esecuzioni politiche quasi quotidiane oltre la cortina di ferro; 6) l’antisemitismo; 7) la stupidità; 8) la crudeltà… L’elenco rimane aperto. Ma a me basta”.
“Accostarsi a Dio perché si è disamorati della terra e il dolore ci ha separati dal mondo è vano. Dio ha bisogno di anime attaccate al mondo. È della vostra gioia che si compiace”.
“L’uomo che si pente è immenso”
“Bisogna incontrare l’amore, prima di aver incontrato la morale. Altrimenti, è lo strazio”.
“Anche la santità è una rivolta: significa rifiutare le cose come sono. Prendere su di sé l’infelicità del mondo”
“Non è a forza di scrupoli che l’uomo diventerà grande. La grandezza arriva, a Dio piacendo, come una bella giornata”.
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