La settimana 45
Galeotto fu l’archivio de Il Mattino
“La storia non è imparata se non è illustrata”. L’adagio di un vecchio saggio – che invitava la giovane maestra a usare cartine, fotografie, visite ai musei, ai monumenti, film per meglio insegnare la storia ai suoi alunni – necessita di un’integrazione, ovvia, ma utile in tempi in cui i nuovi programmi fanno saltabeccare gli studenti dall’Unità d’Italia alla lotta alla mafia, per poi tornare alla Grande guerra e poi a Tangentopoli, e poi al fascismo e subito di corsa a considerare rapimento e morte di Aldo Moro “per colpa della Dc”. L’integrazione ovvia e necessaria recita: la storia non è imparata se non è datata. Cioè se non si conoscono le date, se non si spiega che c’è un prima e un dopo. E quello che è successo dopo non può essere causa di quello che è successo prima. Tanta premessa per invitare a riflettere su due date: 10 ottobre 2000 e 21 febbraio 1999. La prima corrisponde al giorno in cui sono uscite sui giornali le dichiarazioni del senatore Antonio Di Pietro sul famoso “Dossier” a lui intitolato dal settimanale Il Sabato il 17 luglio 1993: ho incontrato gli allora editori del Sabato – ha detto in sostanza Di Pietro – e mi hanno confidato che quel dossier contro di me fu fortemente voluto da Alfio Marchini, che doveva subentrare nella proprietà del giornale, e che a tutta la vicenda non fu estraneo Massimo D’Alema; fu lui che presentò Marchini al Sabato. A rafforzare il racconto dell’eroe di Tangentopoli venne il giorno dopo un’intervista di Paolo Flores d’Arcais sul Corriere della Sera: ricordo che, durante una cena a casa mia, Massimo mi parlò male del pool di Milano. (Niente virgolette, per esigenze di sintesi, ma la sostanza dei due interventi è questa). Smentite, conferme, rismentite, riconferme… la cosa è andata avanti per un po’ e poi si è spenta. Chi scrive si è voluto togliere uno sfizio: fare una ricerca in Internet incrociando il nome Mani Pulite con quelli dei suoi protagonisti: Di Pietro, Borrelli, Colombo… e qui, nel mare dei documenti trovati ne è spuntato uno interessante. Interessante soprattutto per la data: 21 febbraio 1999. Ricordate l’altra? 10 ottobre 2000. Si parla di un anno e mezzo prima. Il 21 febbraio 1999 sul Mattino di Napoli (rigorosamente archiviato nello splendido “Il Mattino on line”) c’è un articolo intitolato: “Colombo, le ‘Mani’ della discordia”. L’estensore del pezzo riferisce di un dibattito svoltosi nella città partenopea (“Mani pulite: fu vera rivoluzione”) con protagonisti Paolo Mieli e Gherardo Colombo. Disse l’ex direttore del Corriere della Sera e attuale direttore editoriale della Rcs: “Sono una delle tante persone che è entrata nell’area del dubbio… soprattutto sulla questione imparzialità, poiché mi sembra che i giudici siano stati più garantisti verso una certa area politica. E quando sono emerse cose che riguardavano i loro colleghi, si sono comportati come i politici della Prima Repubblica, voltando la testa dall’altra parte e parlando di calunnie”. Queste posizioni di Mieli non sono nuove per i lettori di Tempi. Il procuratore Colombo se ne è risentito, ma si è veramente arrabbiato di fronte a un altro passaggio di Mieli. Leggiamo dalla cronaca del Mattino: “Colombo ha giudicato molto grave l’allusione di Mieli ad una possibile relazione tra il cambio di mano del Sabato nel ’93 e l’inizio della presunta parzialità nelle indagini”. Allusione? Mieli nel febbraio del ’99 alludeva a una relazione tra quanto successo al Sabato nel ’93 (ingresso di Marchini segnalato da D’Alema e dossier Di Pietro) e la fine dell’interessamento della procura di Milano alla sinistra di lotta e di (futuro) governo. Di Pietro nell’ottobre 2000 non alludeva, raccontava di aver saputo dai diretti interessati. Luglio 1993, Febbraio 1999, ottobre 2000. Sette anni della nostra storia. Ci piacerebbe saperne di più.
E la Signora Rutelli và. Al Corriere della Sera
Sia detto con tutta l’invidia che il caso merita: il Corriere della Sera è il Corriere della Sera. Piacerebbe anche a noi averci il nostro bel contratto. Ma a noi non lo offrono. L’hanno offerto, invece, e – siamo in grado di affermarlo con un grado di certezza vicino al cento per cento – lei ha accettato, a Barbara Palombelli. Moglie del candidato premier del centrosinistra, firma di punta della concorrente Repubblica, titolare di affollata rubrica quotidiana di corrispondenza con i lettori. E così, in piena campagna elettorale, la possibile first lady lascia senza timore di tradimenti politici il quotidiano di Piazza Indipendenza (ve li vedete quelli di Repubblica che per ripicca diventano berlusconiani?) e approda in Via Solferino. Un bel colpo per la Rizzoli Corriere della Sera (una firma è una firma), ma com’era quel detto sulla moglie di Cesare?
Tormentone Corriere-Tronchetti Provera. Quando Tempi ne sa una più dell’Espresso
Se Parigi val bene una messa, 500 miliardi di stock option valgono qualche arrabbiatura. Ne sanno qualcosa il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, e il suo corsivista principe per l’economia, Alessandro Penati, docente di Finanza aziendale all’Università Cattolica di Milano. L’Espresso della scorsa settimana ha ben raccontato quanto successo dopo l’uscita sul giornale di via Solferino di un commento critico (“Un atto discutibile”) sulla mega stock option che Marco Tronchetti Provera ha riservato a sé e a due suoi collaboratori per la vendita della Ot alla Corning (Circa 1000/1200 miliardi, metà a Tronchetti e l’altra metà ai due collaboratori). L’estensore del pezzo, il professor Penati appunto, e il direttore del più autorevole quotidiano italiano sono stati “convocati” da Tronchetti Provera che, circondato pare dai suoi legali e consulenti, con toni non proprio moderati ha a lungo contestato a De Bortoli e Penati tutti i passaggi dell’articolo e, redarguendoli come scolari indisciplinati, li ha invitati a informarsi meglio. Il giorno dopo sul Corriere appariva un articolo siglato che ricostruiva la vicenda secondo i desiderata della Pirelli, intanto Penati offriva le sue dimissioni a De Bortoli, che ha pazientemente lavorato per farle rientrare. Fin qui la ricostruzione dell’Espresso. Ma c’è stata una coda alla sfuriata tronchettiana. Al direttore del Corriere della Sera è stata imposta anche l’umiliazione di una relazione scritta sull’accaduto. Questa richiesta dell’editore l’ha obbligato a inusuali telefonate ai colleghi di altre testate che avevano scritto sullo stesso argomento per ottenere l’assicurazione che non c’era stata nessuna forma di accordo sul contenuto dei pezzi usciti. È la stampa? No, è l’economia, bellezza!
Socci the big (e il piscinin Santor)
Storie di ordinaria faziosità. Il fatto separato dalle opinioni può essere un mito un po’ troppo oleografico di un giornalismo anglosassone d’altri tempi, ma — stando ad Antonio Socci — Michele Santoro ha esagerato su tutti i fronti. L’editorialista de il Giornale ha troncato sul nascere il suo affaire (e stracciato un contratto da un pacco di soldi) con Il raggio verde di Santoro per non “fare da foglia di fico” a quello che in inglese definirebbero bias: partigianeria smaccata, faziosità becera. Santoro gli manda a dire che avrebbe gradito ricevere le dimissioni di persona prima di leggerle sulla stampa e Socci replica. Anzitutto ai disclaimer del noto conduttore televisivo ulivista, che pretende di aver osservato la più rigorosa par condicio e praticato il più sano dei contraddittori pubblici. Tutte fandonie, risponde Socci facendo il verso all’Ebenizer Scrooge del Canto di Natale di Charles Dickens: “non sono un Gabibbo che smania di andare in tv”. La prima puntata della trasmissione di Santoro, quella che ha scatenato la reazione del giornalista senese, ha descritto il Polo più la Lega come il “Lager delle Libertà”, servendo Massimo D’Alema con un pallonetto funzionale alla più classica e preparata delle schiacciate. La campagna elettorale è cominciata, signori, e il “servizio pubblico” RAI ci mette subito del suo. Il Centrodestra sale sul banco degl’imputati per vilipendio all’Islam e (scrive Socci) “il vostro excursus sui siti Internet antisemiti, chissà perché, non ha ritenuto di citare il noto sito musulmano Radio Islam, dove — in dodici lingue — si diffondono in Occidente i classici dell’antisemitismo come i Protocolli dei savi di Sion e i testi di personaggi come Robert Faurisson il quale scrive che ‘il preteso genocidio ebraico e le pretese camere a gas naziste formano una sola e medesima menzogna storiografica, che ha permesso una gigantesca truffa politico-finanziaria di cui i principali beneficiari sono lo Stato d’Israele e il sionismo internazionale e di cui le principali vittime sono il popolo tedesco e tutto il popolo palestinese’. Che una lobby islamica diffonda in Occidente queste tesi non è allarmante per la sinistra?” Secondo un’“esperta” collaboratrice di Santoro, poi, “i cristiani godono di pieni diritti nei Paesi islamici”. Socci risponde allora ricordando il genocidio nascosto del Sudan, che (secondo il New York Times) “ha già provocato più vittime che Ruanda, Bosnia e Kossovo combinati: 1,9 milioni di uomini, donne e bambini”. E poi, rivolto direttamente al collega, rincara: “Per quanto riguarda i Paesi islamici che la tua “esperta” citava come esempio di tolleranza — cioè Marocco ed Egitto — invito a leggere i capitoli dedicati a questi due Paesi nel rapporto La libertà religiosa nei Paesi a maggioranza islamica, redatto dall’“Aiuto alla Chiesa che Soffre” (reperibile su Internet). E’ una ben triste lettura”. Per i curiosi, il sito è http://www.alleanzacattolica.org/acs/index.htm. La stampa, però, non ha riportato tanto dettagliatamente il pensiero di Socci. Probabilmente sarebbe stato molto, troppo imbarazzante. Santoro ribatte, ma — di fronte alle illazioni di presunti “ordini di scuderia” che egli avrebbe ricevuto — Socci chiude la questione con un elegante fendente: “sono uno scribacchino senza programmi in tv […], senza cariche e senza poltrone, e non mi sento affatto sacrificato: ho la libertà e questo mi basta (do you remember freedom?)”. A Santoro, invece, evidentemente no.
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